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Padova, abusi nel seminario minore. Il rettore finisce a processo.

Posted by on 14/05/2013 in Stampa | 0 comments

PADOVA – Tredici anni e i primi dubbi sul futuro: nel suo caso, su una chiamata di Dio a seguirlo. Così dalla provincia di Venezia quel ragazzino aveva preso la valigia e raggiunto Rubano, a pochi chilometri da Padova, perché lì – lungo la strada che collega la città del Santo con Vicenza – ha sede il seminario minore vescovile, dove i ragazzi possono frequentare la scuola media e capire un po’ di più della loro vocazione. Ma quel luogo di preghiera e formazione in cui il tredicenne, figlio di un avvocato e politico del Veneziano, cercava una risposta, si è rivelato la peggiore prigione possibile e lui, giovane seminarista, si è ritrovato vittima di chi doveva crescerlo e fargli capire la sua strada. Perché ad essere accusato di violenza sessuale e atti sessuali con minorenne è un nome noto della chiesa padovana: don Gino Temporin, 66 anni, monsignore, insegnante di filosofia morale al seminario maggiore, storico rettore del seminario minore di Rubano (incarico che ha lasciato per raggiunti limiti d’età in ottobre) e ora a processo (le udienze si stanno svolgendo a porte chiuse) con le accuse più infamanti per un uomo di Dio.

In udienza ha deposto la vittima, che ai giudici ha ricostruito la vicenda secondo la sua denuncia, la stessa utilizzata dalla procura patavina per costruire il capo d’imputazione con cui il sacerdote è stato rinviato a giudizio. I fatti, venuti a galla quando la vittima era ricoverata in un istituto in provincia di Como (come avrebbe ammesso mattina lo stesso ragazzo) risalgono al 2004, anche se la denuncia è arrivata al quarto piano del palazzo di Giustizia di Padova solo cinque anni più tardi. Il giovane, diventato nel frattempo maggiorenne, si era confidato con un’assistente e con i medici del reparto dov’era ricoverato, dopo avere lasciato il seminario alla conclusione della V ginnasio – il secondo anno del liceo classico – e avere trascorso alcuni anni in un centro dei Colli Euganei. Ai medici che lo aiutavano a superare il difficile momento, il giovane aveva raccontato che quando aveva 13 anni monsignor Temporin, rettore del seminario minore di Padova, aveva abusato di lui con carezze nelle parti intime, obbligandolo in un caso a subire anche un rapporto sessuale completo. Scrive nel capo d’imputazione il pubblico ministero Maria Ignazia D’Arpa, titolare del fascicolo d’indagine, che don Temporin «agendo con abuso di autorità spirituale e con minaccia» avrebbe fatto giurare il silenzio al tredicenne «su quanto stava per accadere » con una promessa solenne «su una Madonnina in legno », avvertendolo sulle conseguenze a cui andava incontro se avesse raccontato le violenze subite.

Oltretutto, si legge ancora nel capo d’accusa, il rettore del seminario avrebbe approfittato della labile condizione psichica dello studente, facendo leva sulla grande differenza d’età, sulla soggezione psicologica e sul fatto che il ragazzino «versava in condizioni psichiche debilitate, anche in ragione delle pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi, alle quali non era avvezzo». Queste pratiche, durante la sua deposizione in aula, sono tornate alla luce, aprendo uno squarcio anche su quanto accadeva tra i giovani seminaristi all’interno delle camere da letto della struttura di Rubano, nonostante – è bene chiarirlo – non ci sia su questo fronte alcun risvolto penale. Le violenze che avrebbe messo in atto monsignor Temporin, sono aggravate nell’imputazione dal fatto di avere abusato di un minore di 14 anni che gli era stato affidato per ragioni d’istruzione e formazione, e di «aver agito con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto». Sarà quindi compito del tribunale collegiale di Padova, presieduto dal giudice Claudio Marassi, accertare come sono andati i fatti e cercare la verità. Intanto però l’avvocato Paolo Marson, legale del sacerdote, spiega che «don Gino Temporin prova un grande dolore per le difficoltà del ragazzo». Non c’è nessuna rabbia nel sacerdote, conferma ancora il penalista, «perché il mio assistito si sente estraneo alla vicenda. L’unica cosa che prova è un grande dolore per il ragazzo, per la sua storia e per i problemi che ha e che deve affrontare ogni giorno».

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Pedofilia, arrestato sacerdote

Posted by on 18/04/2013 in Stampa | 0 comments

(ANSA) – NOVARA, 14 APR – Un sacerdote di 44 anni, don Marco Rasia, coadiutore della parrocchia di Omegna (Verbania), e’ stato arrestato per pedofilia. Il prete, secondo l’accusa formulata dalla Procura di Novara, avrebbe commesso abusi sessuali su minori quando prestava servizio nella parrocchia di Castelletto Ticino.

La Diocesi di Novara, in una nota, esprime ”sorpresa, sgomento e tristezza”. E, in attesa degli sviluppi, garantisce ”massima trasparenza nei confronti della comunita’ civile ed ecclesiale”.

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Case di lusso e misericordia. Gli affari di don Condominio

Posted by on 18/04/2013 in Stampa | 0 comments

Ci sono storie da arcangelo decaduto e storie da semplice manigoldo. Quella di padre Franco Decaminada è una storia di malaffare, un intreccio fra sanità, bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita. Insieme al religioso, la Guardia di Finanza di Roma ha arrestato anche due imprenditori. Sono accusati di aver effettuato fatture false e di essersi intascati circa 14 milioni di euro ai danni della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, proprietaria dell’Istituto Dermopatico dell’Immacolata Concezione (Idi), con oltre 1.500 dipendenti, ora in amministrazione straordinaria, in seguito allo stato di insolvenza accertato dal Tribunale di Roma per un passivo di oltre 600 milioni di euro.
Vestito come un damerino, padre Decaminada l’8 dicembre di ogni anno va in chiesa per rinnovare i voti fatti alla Madonna: castità, obbedienza, povertà. Sui primi due non sappiamo (il religioso è autore del libro «Maturità affettiva e psicosessuale nella scelta vocazionale»), sul terzo il vincolo pare piuttosto lasco: una società di cui era unico azionista, la Punto Immobiliare, ha acquistato una villa di 18 stanze, chiamata «Ombrellino», a Magliano in Toscana, la zona del Morellino di Scansano. Oltre 380 metri quadri, valore superiore al milione di euro.

So di un sacerdote che i fedeli chiamano «don Condominio» per via della sua vocazione al mattone: pensa all’Immobile ma anche all’immobiliare. All’Idi la «sindrome don Verzé» s’attorciglia in un ginepraio di politica e fatture false, di meritevoli imprese sanitarie e debiti, di pubblico e privato, troppo privato. I Figli dell’Immacolata Concezione a Roma contano parecchio, alla loro corte siedono numerosi politici. Per questo il Vaticano ha spedito un visitatore apostolico per spulciare i conti e cercare di capire cos’è accaduto in questi ultimi anni.

L’operazione della Guardia di Finanza si chiama «Todo modo», come il romanzo di Sciascia, dove si racconta di delitti consumati in un eremo trasformato in hotel da un prete. «Todo modo para buscar la voluntad divina» è una citazione da una preghiera di Sant’Ignazio di Loyola. Pare che per padre Decaminada ogni mezzo sia buono per allontanare la sanità dalla santità.

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I preti pedofili e le responsabilità di Ratzinger

Posted by on 12/04/2013 in Stampa | 0 comments

Nel suo film documentario “La scelta del Papa” Gianluigi Nuzzi ha proposto una interpretazione del pontificato di Ratzinger quantomeno incompleta. Il quadro che ne emerge è quello di un uomo timido, ritroso e solo, attorniato da poteri incontrastabili. Ma le sue responsabilità personali non possono essere cancellate: a partire da quelle legate allo scandalo pedofilia.

C’è un limite oltre il quale la rilettura degli avvenimenti diventa imbarazzante revisionismo. Soprattutto se, a mettere in opera il proprio talento, è un giornalista di spessore, che la Chiesa e il Vaticano li conosce bene.

Gianluigi Nuzzi, nel suo “La scelta del Papa” (film documentario andato in onda il 23 marzo su La7), ha proposto una interpretazione del pontificato di Ratzinger che fa riflettere. Il quadro finale è quello di un uomo timido, ritroso e solo, attorniato da poteri incontrastabili, ai quali non ha né saputo né potuto opporsi. E alla fine, consapevole della propria inadeguatezza, ha lasciato la Chiesa e il Vaticano nelle mani di un successore che potesse essere in grado di assolvere il compito con più fermezza e con maggiori forze, fisiche e forse spirituali.

Tuttavia, il quadro proposto da Nuzzi, è quantomeno incompleto. Prima di tutto, è difficile pensare che un cardinale, per di più Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (che un tempo si chiamava Sant’Uffizio e prima ancora Santa Inquisizione) equiparabile quindi ad un ministro del governo, non sia in grado di prevedere quali possano essere le conseguenze di alcune “leggerezze”, come la citazione dell’imperatore Manuele il Paleologo nel discorso di Ratisbona, o la revoca della scomunica al vescovo negazionista Williamson, o l’affermare che l’uso del preservativo peggiora il problema della diffusione dell’Aids in Africa. Poi perché, quando si espongono alcuni fatti, tralasciandone altri, si rischia di falsare la prospettiva e “spingere” il lettore o lo spettatore verso una certa conclusione. E, se parliamo della gestione dello scandalo della pedofilia nella Chiesa, non è ammissibile tralasciare alcunché.

Partiamo dal principio. Nel 2001, Joseph Ratzinger è il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, strettissimo collaboratore di Giovanni Paolo II. In quell’anno, mentre negli Stati Uniti ingrossava lo scandalo, Ratzinger emanò una circolare ai vescovi conosciuta come De delictis gravioribus. In quella circolare, firmata anche da Tarcisio Bertone, non solo si richiamavano le direttive di segretezza contenute nel Crimen Solicitationis ma si avocava alla Congregazione per la Dottina della fede ogni competenza in merito ai processi canonici per i sacerdoti accusati di pedofilia. In pratica, i sacerdoti accusati di abusi sui minori non sarebbero più stati processati dai tribunali diocesani bensì in Vaticano. E qui c’è bisogno di una precisazione. Importante. Perché, istruendo i processi in Vaticano, tutti gli atti sarebbero stati conservati in Vaticano, e non sarebbe stato più possibile per qualunque tribunale civile ordinare ad un vescovo di aprire gli archivi della propria curia, come avvenne con il cardinale Law a Los Angeles. Con i documenti in Vaticano, qualunque tribunale, per accedervi, deve ricorrere alla rogatoria internazionale, cioè fare una richiesta a uno Stato straniero perché consenta la visione dei documenti.

Una richiesta a cui non è mai seguita risposta positiva da parte del Vaticano. Tanto per fare un esempio, nel 2006 la commissione Murphy, che si occupava in Irlanda delle migliaia di casi di abusi commessi da sacerdoti cattolici, inviò una richiesta formale per avere informazioni su tutti i rapporti, riguardanti gli abusi sessuali commessi dai sacerdoti, “inviati alla Congregazione dall’arcidiocesi di Dublino”. La Congregazione non rispose mai alla richiesta, adducendo come pretesto il fatto che la stessa non fosse stata inoltrata attraverso gli appropriati canali diplomatici. Nessuna risposta neppure quando la stessa richiesta fu inviata al Nunzio Apostolico.

L’operato della Chiesa istituzionale e del Vaticano, anche durante l’epoca di Ratzinger prima come prefetto e poi come pontefice, fu essenzialmente teso a proteggere i sacerdoti accusati e i vescovi che li avevano coperti. E perfino il decantato incontro con le vittime, durante il viaggio di Benedetto XVI negli Stati Uniti, non fu una scelta del papa ma una necessità a cui dovette sottomettersi per l’incalzare degli eventi. L’incontro non era in programma, tuttavia le manifestazioni pubbliche delle associazioni delle vittime furono così determinanti che alla fine il papa fu costretto all’incontro. Un incontro assai particolare, che non durò neppure mezz’ora, con soltanto cinque delle oltre tredicimila vittime, che furono ricevute in piedi, nella cappella della nunziatura apostolica. Nel frattempo, uno degli anfitrioni del papa durante quel viaggio fu il tanto tardivamente discusso cardinale Mahony. E un altro fu il cardinale Egan, anch’egli accusato di aver coperto gli abusi durante il periodo in cui fu arcivescovo di Bridgeport.

Le pubbliche scuse, a raffronto con l’operato della Chiesa, sembrano più operazioni di facciata che non dovute a reale contrizione. Perfino il documento, tanto sbandierato, che prevedeva l’obbligo da parte dei vescovi di denunciare i sacerdoti accusati di abusi su minori alle autorità giudiziarie civili, in realtà sanciva tale obbligo soltanto per i vescovi che operano in paesi in cui tale denuncia obbligatoria è già prevista dalle leggi dello Stato. In pratica quel documento non serviva a tutelare i bambini ma la chiesa istituzionale.

In ultimo, la pretesa del Vaticano di “non sapere” è quantomeno inverosimile. Fin dal 1952, infatti, esiste una congregazione religiosa chiamata Servi del Paraclito, poi aggregata all’ordine dei Carmelitani Scalzi, la cui missione è l’assistenza ai sacerdoti con quelli che caritatevolmente vengono definiti “problemi psicologici”. Molto caritatevolmente, perché la natura di tali problemi psicologici risulta evidente da una serie di lettere inviate fin dagli anni cinquanta dal fondatore della congregazione, padre Gerald Fitzgerald, a vescovi, arcivescovi ed esponenti della Curia Romana in cui faceva presente la necessità di allontanare dal sacerdozio i preti che non praticavano la castità, particolarmente quelli coinvolti in casi di pedofilia.

Mi fermo qui, anche se ci sarebbe molto altro da dire. Basta solo questo a riequilibrare la completezza di informazione. Perché il giornalismo d’inchiesta non si trasformi in giornalismo a richiesta.

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Savona, prete pedofilo “Ratzinger era informato”

Posted by on 05/03/2013 in Stampa | 0 comments

Era conservata nella cassaforte della Curia la lettera con cui l’allora vescovo di Savona Domenico Calcagno, oggi cardinale, informava il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Ratzinger, poi nominato Papa, dei casi di pedofilia nella Diocesi. Informativa che non giustificò alcune denuncia penale dell’arcivescovado contro il sacerdote sospettato di pedofilia; solo un trasferimento, l’ennesimo, ad un’altra parrocchia.

Era l’8 settembre 2003. Nella lettera monsignor Calcagno chiedeva “la cortesia di un consiglio circa l’atteggiamento da tenere, intendendo il Sacerdote (don Nello Giraudo, ndr) continuare con un impegno pastorale”. E aggiunse: “Per quanto possibile, intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti”.

Una drammatica pagina della Chiesa cattolica che è stata ricostruita nei dettagli in un servizio andato in onda ieri sera nel programma tv “Le Iene” con il titolo “Abusi nascosti dalla chiesa”, dove, agli interventi delle vittime, sono stati accostati i documenti sequestrati dalla Procura. A partire dalla lettera all’ormai Papa emerito.

La denuncia a Ratzinger giunse peraltro tardiva, dopo un silenzio di anni che avrebbe coinvolto tre vescovi messi a conoscenza dei fatti.

Tutto documentato dalle carte sequestrate dalla Procura della Repubblica di Savona circa un anno fa, nel febbraio 2012, dalla cassaforte della Curia savonese.

Sembra non ci sia stata risposta a quella lettera almeno fin quando, due anni dopo, durante la Via Crucis al Colosseo, nelle meditazioni scritte proprio dal cardinale Joseph Ratzinger, fu pronunciata la frase “sporcizia nella Chiesa”, parole che molti commentatori tradussero come un riferendo allo scandalo dei preti pedofili.

Il 19 aprile 2005, il cardinale Ratzinger, eletto Papa Benedetto XVI, affrontò con decisione e grande dolore il problema della pedofilia all’interno della Chiesa e incontrò le vittime per chierder loro scusa.

Don Nello Giraudo, nel febbraio 2012 ha patteggiato un anno di carcere per abusi sessuali compiuti nel 2005 su un diciassettenne. Ma la maggior parte delle numerose violenze su bambini sono cadute in prescrizione. Vicende denunciate ai vescovi savonesi, per primo, da Francesco Zanardi, vittima negli anni ottanta, all’età di dieci anni, di don Giraudo, allora sacerdote nella parrocchia di Spotorno.

Lo stesso religioso, del resto, non avrebbe mai nascosto ai superiori alcuni rapporti intimi con i giovani della parrocchia. Rivelazioni occultate dai vescovi savonesi fino al blitz della polizia in Curia dove erano tenuti i fascicoli più segreti, tra cui la relazione inviata a Ratzinger.

Don Giraudo, dalla fine degli anni ’80 in poi, è stato ripetutamente spostato da una parrocchia all’altra: da Valleggia a Spotorno, sino a Feglino dove aprì una comunità per bambini disagiati. Poi sono arrivate le denunce che hanno costretto la chiesa a sollevarlo dal ruolo di sacerdote.

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La struttura segreta del Vaticano. Immobili a Londra con i soldi di Mussolini

Posted by on 24/01/2013 in Stampa | 2 comments

LONDRA – A chi appartiene il locale che ospita la gioielleria Bulgari a Bond street, più esclusiva via dello shopping nella capitale britannica? E di chi è l’edificio in cui ha sede la Altium Capital, una delle più ricche banche di investimenti di Londra, all’angolo super chic tra St. James Square e Pall Mall, la strada dei club per gentiluomini? La risposta alle due domande è la stessa: il proprietario è il Vaticano. Ma nessuno lo sa, perché i due investimenti fanno parte di un segretissimo impero immobiliare costruito nel corso del tempo dalla Santa Sede, attualmente nascosto dietro un’anonima società off-shore che rifiuta di identificare il vero possessore di un portfolio da 500 milioni di sterline, circa 650 milioni di euro. E come è nata questa attività commerciale dello Stato della Chiesa? Con i soldi che Benito Mussolini diede in contanti al papato, in cambio del riconoscimento del suo regime fascista, nel 1929, con i Patti Lateranensi.

A rivelare questo storia è il Guardian, con uno scoop che oggi occupa l’intera terza pagina. Il quotidiano londinese ha messo tre reporter sulle tracce di questo tesoro immobiliare del Vaticano ed è rimasto sorpreso, nel corso della sua inchiesta, dallo sforzo fatto dalla Santa Sede per mantenere l’assoluta segretezza sui suoi legami con la British Grolux Investment Ltd, la società formalmente titolare di tale cospicuo investimento internazionale. Due autorevoli banchieri inglesi, entrambi cattolici, John Varley e Robin Herbert, hanno rifiutato di divulgare alcunché e di rispondere alle domande del giornale in merito al vero intestatario della società.

Ma il Guardian è riuscito a scoprirlo lo stesso attraverso ricerche negli archivi di Stato, da cui è emerso non solo il legame con il Vaticano ma anche una storia più torbida che affonda nel passato. Il controllo della società inglese è di un’altra società, chiamata Profima, con sede presso la banca JP Morgan a New York e formata in Svizzera. I documenti d’archivio rivelano che la Profima appartiene al Vaticano sin dalla seconda guerra mondiale, quando i servizi segreti britannici la accusarono di “attività contrarie agli interessi degli Alleati”. In particolare le accuse erano rivolte al finanziere del papa, Bernardino Nogara, l’uomo che aveva preso il controllo di un capitale di 65 milioni di euro (al valore attuale) ottenuto dalla Santa Sede in contanti, da parte di Mussolini, come contraccambio per il riconoscimento dello stato fascista, fin dai primi anni Trenta. Il Guardian ha chiesto commenti sulle sue rivelazioni all’ufficio del Nunzio Apostolico a Londra, ma ha ottenuto soltanto un “no comment” da un portavoce.

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Articolo sul Guardian

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Vaticano, conto «sospetto» da 40 milioni dietro al blocco di bancomat e carte

Posted by on 14/01/2013 in Stampa | 0 comments

ROMA – Si gioca su oltre 40 milioni di euro l’anno la partita tra Santa Sede e Banca d’Italia per l’autorizzazione a utilizzare Bancomat e carte di credito. È questa l’entità della movimentazione che risulta dai documenti contabili acquisiti dalla procura di Roma prima di segnalare quelle «anomalie» che hanno portato al blocco di tutti i Pos degli esercizi commerciali che si trovano all’interno del Vaticano. Si tratta di ben ottanta «punti vendita», dai Musei alla farmacia, passando per decine di negozi e anche per lo spaccio. Per loro il colpo subito è gravissimo visto che dall’inizio dell’anno i pagamenti possono avvenire soltanto in contanti e ciò – tenendo conto dei milioni di turisti e visitatori che arrivano costantemente – sta causando serie difficoltà e anche perdite economiche. Ma sembra assai difficile, se non impossibile, che il servizio possa essere nuovamente garantito. Anche perché quanto accaduto riporta in primo piano le «carenze» nel sistema antiriciclaggio dello Ior, l’Istituto per le opere religiose, già evidenziate dai pubblici ministeri titolari dell’inchiesta sulla correttezza delle operazioni bancarie effettuate sui conti intestati a religiosi. Sono gli atti a svelare che cosa è accaduto prima che si arrivasse a questa iniziativa senza precedenti.

Gli 80 Pos sul conto Deutsch
Secondo le relazioni dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Palazzo Koch, tutti i soldi acquisiti attraverso i Pos confluiscono su un unico conto intestato allo Ior e aperto presso una filiale della Deutsche Bank. Per l’installazione delle «macchinette» l’istituto di credito avrebbe dovuto chiedere una apposita autorizzazione, ma questo non è mai avvenuto. Un anno e mezzo fa era stato proprio il pool di magistrati guidati dal procuratore aggiunto Nello Rossi a segnalare l’anomalia e così era scattata l’ispezione di Bankitalia.
Siamo a settembre del 2011. Soltanto dopo l’avvio dei controlli l’Istituto di credito sollecita una «sanatoria». Gli accertamenti giudiziari che avevano determinato la segnalazione riguardavano un altro conto Ior sul quale erano stati depositati 23 milioni di euro dei quali si ignorava la provenienza. In questo nuovo caso bisognava stabilire se fosse invece possibile ricostruire il flusso del denaro.

Il saldo da 10 milioni
All’11 settembre 2011, giorno in cui parte la verifica, risulta un saldo di circa 10 milioni di euro. I documenti relativi alla movimentazione annuale consentono però di accertare che sono più di 40 i milioni transitati su quel conto negli ultimi dodici mesi. Soldi dei quali non si sa praticamente nulla, come ha evidenziato anche Bankitalia in una nota pubblicata due giorni fa per evidenziare i motivi che hanno indotto i vertici a sospendere i pagamenti con Bancomat e carte di credito.
I responsabili di palazzo Koch sottolineano come «per l’attività bancaria svolta dallo Ior con controparti italiane non è possibile applicare il regime di controlli semplificati previsto per i rapporti con le banche comunitarie, che consente a queste ultime di non comunicare i nomi dei clienti per conto dei quali sono effettuate le singole operazioni». Il nodo è sempre lo stesso: non si conosce l’intestatario effettivo del deposito aperto presso Deutsche e soprattutto chi ha la delega ad operare, dunque non è possibile applicare la normativa antiriciclaggio.

I conti di preti e suore
La stessa situazione era già emersa in altri casi esaminati dai magistrati di depositi intestati a religiosi che in realtà risultavano messi a disposizione di persone estranee al Vaticano. Il 6 dicembre scorso Bankitalia ha notificato la decisione di non concedere la «sanatoria», il 3 gennaio non è stato più possibile pagare con le carte.
È stato verificato che sul conto Ior affluivano ogni giorno decine di migliaia di euro, ma poiché la maggior parte dei Pos sono intestati a società con sede in Vaticano non è possibile sapere da dove arrivi effettivamente il denaro e soprattutto chi lo utilizzi poi in uscita. In particolare, nonostante i controlli disposti, non si sa che fine abbiano fatto, nel 2011, i 30 milioni di euro che risultano prelevati dal conto, né tantomeno chi abbia compiuto le operazioni di prelievo.

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Le tette del papa

Posted by on 13/01/2013 in Stampa | 0 comments

Da notare con quanta foga i carabinieri si siano attrezzati per deportare quattro ragazze senza maglietta… Questo la dice lunga sulla stabilità e robustezza del circo cristiano. A quanto pare bastano 4 coppie di tette per creare disordine :-D

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Vaticano, i bancomat bloccati dalla Procura

Posted by on 13/01/2013 in Stampa | 0 comments

Il blocco dei bancomat in Vaticano scattato all’inizio del 2013 è scaturito da una segnalazione della procura di Roma, nell’ambito dell’inchiesta su presunte attività di riciclaggio legate ad operazioni avviate dallo Ior, la banca della Santa Sede. La notizia è trapelata ieri, pochi giorni dopo la la decisione della Banca d’Italia di negare a Deutsche Bank Italia, l’unico istituto che da anni gestiva i Pos con il bancomat ed il circuito mondiale delle carte di credito nel piccolo stato vaticano, l’autorizzazione a operare. Infatti – secondo quanto appreso – la negazione da parte di palazzo Koch a partire dal 6 dicembre scorso dell’autorizzazione è avvenuta per assenza dei presupposti giuridici.

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Mignottocrazia: Il Papa promuove Georg. Diventa arcivescovo il segretario-ombra

Posted by on 12/01/2013 in Stampa | 0 comments

ROMA – Vaticano in festa per «padre Georg», il segretario personale del Papa, che Benedetto XVI consacrerà vescovo questa mattina nella solenne celebrazione liturgica dell’Epifania nella Basilica di San Pietro, davanti ai rappresentanti del corpo diplomatico al gran completo. A rappresentare l’Italia ci sarà lo stesso presidente del Consiglio, Mario Monti, accompagnato dalla signora Elsa, e dal vicesegretario di Palazzo Chigi, Federico Toniato. La presenza di Monti di fatto suggella un rapporto molto stretto che si è istaurato tra Papa Ratzinger ed il premier italiano nel corso dell’ultimo anno (la prima visita ufficiale di Monti risale infatti al 14 gennaio dell’anno scorso) e tra «padre Georg» e il vicesegretario Toniato.

Al termine della celebrazione gli invitati potranno festeggiare e salutare il neo arcivescovo ad un rinfresco che si svolgerà nell’Aula Paolo VI.

Da dieci anni, «don Georg» è l’ «ombra», il braccio destro, il collaboratore più stretto del Papa. E ora questa fedeltà viene premiata da Ratzinger, che ordinerà personalmente monsignor Gaenswein, suo segretario particolare e ora anche prefetto della Casa Pontificia, con la dignità di arcivescovo. Un’ulteriore conferma di fiducia da parte del Pontefice, non intaccata dalla bufera Vatileaks.

Ratzinger ordinerà in tutto quattro nuovi vescovi: oltre a Gaenswein, ci sono monsignor Vincenzo Zani, nuovo segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica, monsignor Fortunatus Nwachukwu, ex capo del Protocollo in Segreteria di Stato e ora nunzio in Nicaragua, e monsignor Nicolas Thevenin, già in segreteria di Stato e poi alla Prefettura della Casa Pontificia (come numero due del neocardinale James Michael Harvey) e ora anch’egli nominato nunzio apostolico. A consacrare i quattro insieme al Papa ci sarà il segretario di Stato Tarcisio Bertone e Zenon Grocholewski, prefetto per l’Educazione cattolica, mentre la presentazione sarà fatta dal cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei vescovi.

È chiaro che l’attenzione si concentra sulla figura di «don Georg», l’uomo più vicino all’anziano Papa tedesco, suo segretario personale dal 2003, quando Ratzinger era ancora prefetto dell’ex Sant’Uffizio, e rimasto tale dopo l’elezione al Soglio di Pietro nell’aprile 2005. A suo modo anche personaggio mediatico, sempre al fianco del Papa e custode di ogni aspetto della sua attività e vita quotidiana, «don Georg» è tra le figure investite in prima persona dallo scandalo Vatileaks, con la diffusione dei documenti riservati del Papa fotocopiati dal maggiordomo «infedele» Paolo Gabriele proprio nell’ufficio della segreteria particolare. Fu anzi lo stesso Gaenswein, in una drammatica riunione della Famiglia pontificia nello scorso maggio, a indirizzare i sospetti su Gabriele – poi arrestato, condannato a un anno e mezzo di reclusione e recentemente graziato dal Papa – poiché alcuni documenti pubblicati da Gianluigi Nuzzi nel libro Sua Santità potevano essere stati prelevati solo dalla sua scrivania. La vicenda, però, non lo ha penalizzato. Anzi, il Papa gli ha ancora di più mostrato la sua fiducia nominandolo il 7 dicembre scorso nuovo prefetto della Casa pontificia. Gaenswein resta anche primo segretario particolare, cumulando quindi doveri e responsabilità, in un assetto con ben pochi precedenti. Un modo, per Ratzinger, di dare la dignità vescovile al suo collaboratore più vicino, senza però privarsene come sarebbe accaduto affidandogli ad esempio una diocesi in Germania. Gaenswein compirà cinquantasette anni il prossimo 30 luglio.

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