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"Il clero sa ch’io so che loro sanno di non sapere." R. G. Ingersoll

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SALISBURGO – Partecipare alla “ripugnante” Love Parade è “peccato”. Morire alla Love Parade 1 è la “punizione divina”. Più chiaro di così, il pensiero del viennese Andreas Laun, vescovo ausiliario di Salisburgo, esperto di teologia morale e autore di saggi su Cattolicesimo e amore in relazione all’omosessualità e al rapporto di coppia, non potrebbe essere. D’altronde, non è un caso se la rubrica che cura sul portale cattolico Kath.net si intitoli Klartext, “parlare chiaro”. Così Laun mette nero su bianco la sua convinzione che i 21 morti della terribile ressa scatenatasi alla Love Parade di Duisburg lo scorso 24 luglio, costato la vita anche alla giovane italiana Giulia Minola 2, altro non sia se non il castigo di Dio contro la perdizione di una gioventù impossibile da redimere.

L’articolo del vescovo si intitola “Love Parade, peccato e punizione divina” e si apre con una premessa: “A nessuno è permesso giudicare i morti”. Del tutto ignorata nelle righe successive, dove Laun distribuisce verdetti che suonano come incisi sulla dura pietra, usando una terminologia a metà tra l’esorcismo e la medicina legale. “La Love Parade e la partecipazione ad essa – scrive Laun -, a prescindere dalla sua immagine ripugnante, costituiscono una sorta di ribellione contro la Creazione e contro l’ordine divino, sono un peccato e un invito al peccato”.

Terrificante il passaggio seguente, in cui il vescovo di Salisburgo invita a riflettere sul fatto che, a prescindere dall’aspetto “patologico” della manifestazione, “ci si rifiuta di ammettere che la Love Parade potrebbe anche avere a che fare con il peccato e, di conseguenza, anche con un Dio che giudica e punisce”. Secondo questa visione, dunque, a Duisburg sarebbe andato in scena un sabba infernale, interrotto da un Dio spazientito.

Morire schiacciati dalla folla (LE FOTO 3) per volere del Signore? Come può un cattolico accettare l’idea di un Dio così vendicativo? Per tutta risposta, il candido Andreas Laun definisce “naturale” che Dio punisca e che “non è cattolico” pensare il contrario. Il vescovo ausiliario di Salisburgo precisa che Dio non punisce per vendetta, ma “per amore”, poiché la sua intenzione è di “recuperare le persone”. E dopo aver ripetuto che “la condanna morale dei morti è sbagliata”, Laun scrive che “sarebbe ormai ora di chiedersi perché oggi tanta gente al concetto di punizione reagisce come se fosse morsa dalla tarantola”.

Anziché risultare persuasi dalle parole del vescovo, i lettori di Kath.net hanno scaricato sul portale cattolico una valanga di proteste, costringendo Laun a correggere parzialmente il tiro. Un “chiarimento del chiarimento” in cui il religioso ripete che “nessuno ha il diritto di giudicare gli altri, poiché ciò spetta solo a Dio!”, ma poi se la prende con gli “atei”, ai quali chiede il perché della loro indignazione, visto che “per voi non esiste il Dio della Bibbia e della Chiesa”. Laun se la prende anche con i “critici” della religione in generale, poiché a suo avviso non esiste “nessuna religione che non creda a un Dio che sia anche giudice dell’umanità”.

Quasi una minaccia, quella che Laun lancia alla fine, tirando in ballo l’idea di Dio del mondo musulmano. “Usate la prudenza – ammonisce Laun – poiché il vostro scherno potrebbe colpire anche i musulmani, convinti che Dio punisce e che ai vostri attacchi potrebbero reagire in modo diverso dal mio”.

Che animo sensibile ! Non posso comunque dirmi sorpreso; cosa possiamo pretendere da un affiliato ad una delle più antiche associazioni a delinquere ?

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C’è stata “un’associazione importante, coerente e significativa, tra esposizione residenziale alle strutture di Radio Vaticana ed eccesso di rischio di malattia per leucemia e linfomi nei bambini”. All’incremento di questo rischio potrebbero aver “plausibilmente contribuito” anche le strutture di Maritele, sia pure “in modo limitato e additivo”. Sono queste alcune delle conclusioni cui è giunta la perizia firmata dal professor Andrea Micheli e affidata in sede di incidente probatorio dal gip Zaira Secchi cinque anni fa perché si accertasse l’eventuale nesso di causalità tra le onde elettromagnetiche emesse dalle antenne di Radio Vaticana, a Cesano, e quelle del quartier generale della Marina militare, in localià La Storta.

La battaglia giudiziaria contro le onde elettromagnetiche di Radio Vaticana è durata anni, con la Santa Sede che invocava l’extraterritorialità e reclamava il diritto a non essere giudicata dallo Stato italiano, e dall’altra parte i cittadini di Roma nord e di Cesano, vicini all’antenna di Santa Maria di Galeria, che lamentavano citofoni ed elettrodomestici che si trasformavano in ripetitori della radio, conversazioni telefoniche scandite dalle recite del rosario. «Molestie» denunciate dagli abitanti di Cesano già nel 1999, cui successivamente si aggiunsero gli esposti per le malattie che sarebbero state provocate dal superamento dei limiti di emissione delle onde elettromagnetiche. Citati in giudizio nel luglio 2000, gli imputati ottennero prima la sospensione del processo per un difetto di giurisdizione legato a questioni di procedibilità disciplinate dai Patti Lateranensi, poi fu la Corte di Cassazione nell’aprile 2003 a riconoscere il diritto dello Stato italiano a svolgere il processo. Nel 2005 la sentenza storica, con condanne simboliche, per il reato 674 del codice penale, “gettito pericoloso di cose”.

Restava l’altro filone, e le denunce per «troppi casi di leucemia e la morte di una decina di bambini». Questa inchiesta della procura di Roma va avanti, sei gli indagati, e riguarda le morti sospette e i decessi per leucemia avvenuti tra il 1994 e il 2000, per cui ipotizza il reato di omicidio colposo. Cinque anni fa il gip Zaira Secchi commissionò la perizia per accertare il possibile nesso di causalità tra l’inquinamento elettromagnetico e l’incremento di tumori e leucemia a Cesano e a La Storta, aree vicine agli impianti della radio. Oggi i risultati.

Nel dossier si legge che poiché la leucemia è una patologia “relativamente rara” negli adulti, l’esposizione di lungo periodo (oltre dieci anni) alle antenne di Radio Vaticana per i bambini fino a 14 anni di età, che hanno abitato nella fascia tra 6 e 12 km dalle antenne, ha determinato un eccesso di incidenze di leucemie e linfomi. Nei casi di decessi di adulti, invece, gli esperti nominati dal giudice hanno evidenziato “un’associazione importante, coerente e significativa” tra i malati e quelli che hanno abitato a poca distanza da Radio Vaticana, associazione che non sembra sia stata supportata da prove decisive nel caso degli impianti della Marina.

Nelle 140 pagine di accertamento peritale gli esperti danno conto degli aspetti anagrafici della popolazione investigata, della storia di tabagismo (fumo attivo e passivo), dell’esposizione da alcol sulle patologie familiari e sui decessi complessivamente avvenuti negli ultimi anni nelle aree vicine a Radio Vaticana (137 morti) e a Maritele (141). L’inchiesta della procura, prima che venisse affidata la perizia, chiamava in causa Roberto Tucci, Pasquale Borgomeo e Costantino Pacifici (responsabili dell’emittente della Santa Sede) e Gino Bizzarri, Vittorio Emanuele Di Cecco e Emilio Roberto Guarini, della Marina militare. I primi tre, erano finiti sotto processo per ‘getto pericoloso di cose’, in relazione all’emissione nociva di onde elettromagnetiche provenienti dagli impianti radiofonici di Santa Maria di Galeria. Pacifici, però, era stato assolto in primo grado, mentre per Tucci e Borgomeo (poi deceduto) la corte d’appello, dopo una prima assoluzione annullata dalla Cassazione, aveva dichiarato il ‘non doversi procedere’ per prescrizione del reato.

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Dal limite dei 75 giorni alle sanzioni per gli editori e i giornalisti, ecco i punti salienti del ddl che ha avuto il via libera del Senato con il voto di fiducia. CLERO: Se nelle intercettazioni finisce un sacerdote bisogna avvertire la diocesi; se l’intercettato è un vescovo il pm deve avvertire la segreteria di Stato vaticana.- LIMITI: Intercettazioni possibili solo per i reati puniti con più di cinque anni. Ci sono i reati contro la Pubblica amministrazione e c’è anche lo stalking. I telefoni possono essere messi sotto controllo per 75 giorni al massimo. Se c’è necessità, vengono concessi altri tre giorni prorogabili di volta in volta con provvedimento del gip. Per i reati più gravi (mafia, terrorismo, omicidio ecc.) le intercettazioni sono possibili per 40 giorni, più altri venti prorogabili.- DIVIETI E SANZIONI: Gli atti delle indagini in corso possono essere pubblicati non tra virgolette ma con un riassunto. Gli editori che li pubblicano in modo testuale rischiano fino a 300mila euro di multa. Le intercettazioni sono off limits per la stampa fino a conclusione delle indagini: per gli editori che sgarrano ci sono 300 mila euro di multa, che salgono a 450mila euro se si tratta di intercettazioni di persone estranee ai fatti. Colpiti anche i giornalisti: fino a 30 giorni di carcere o una sanzione fino a 10.000 euro se pubblicano intercettazioni durante le indagini o atti coperti da segreto. CIMICI: niente più microfoni piazzati in casa o in auto per registrare le conversazioni degli indagati. Le intercettazioni saranno consentite al massimo per tre giorni, prorogabili di altri tre. – PM CIARLIERI: Se il responsabile dell’inchiesta passa alla stampa atti coperti dal segreto d’ufficio e semplicemente va in tv a parlare dell’inchiesta può essere sostituito dal capo del suo ufficio.- TALPE: Chi passa alla stampa intercettazioni o atti coperti dal segreto istruttorio rischia da uno a sei anni di carcere. – NOMA TRANSITORIA: Le nuove regole si applicano ai processi in corso. Quindi, anche se erano già state autorizzate intercettazioni con le vecchie regole, dovrà essere applicato il tetto dei 75 giorni.- RIPRESE: Sulle riprese tv per i processi decide il presidente della corte d’appello, che può autorizzarle anche se non c’è il consenso delle parti.- IENE, STRISCIA, REPORT: le registrazione carpite di nascosto sono permesse ai giornalisti professionisti e pubblicisti. Possono essere realizzate anche se c’è in ballo l’interesse dello Stato oppure per dirimere controversie giudiziarie. Negli altri casi, carcere da uno a quattro anni (norma in virtù della quale sarebbe stata condannata la escort Patrizia D’Addario per le sue registrazioni di Berlusconi a Palazzo Grazioli).

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NEW YORK – L’aveva promesso e lo farà: “Porterò il Papa in tribunale”. Ma nel giorno in cui raccoglie la vittoria 1 – “E’ caduto un nuovo muro di Berlino” – Jeff Anderson, 62 anni, l’avvocato delle vittime dei preti negli Stati Uniti, l’uomo che scoprì che anche sua figlia fu abusata da un ex sacerdote, pensa per prima cosa alla prossima mossa: una “missione in Italia” per raccogliere le deposizioni dei cardinali Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, che lui ritiene responsabile del cover up, della copertura, dell’insabbiatura dello scandalo pedofilia.

Avvocato, la Corte Suprema non accoglie l’appello del Vaticano. Il suo processo più andare avanti.
“E’ una grande vittoria, una vittoria enorme. Per la storia degli abusi sessuali dei preti è la caduta del muro di Berlino, la caduta della separazione tra la Germania Est e la Germania Ovest, tra l’Est e l’Occidente… “.

Ma che cosa vuol dire in concreto?
“E’ una enorme vittoria legale. Per le vittime di questi crimini è una straordinaria opportunità di avere finalmente giustizia. E di far sì che il Vaticano venga ritenuto responsabile per la sua negligenza: per la sua criminale negligenza. E per il suo ruolo nella copertura dei crimini dei preti”.

Eppure non c’è stata sentenza. La Corte si è limitata a non accogliere l’appello del Vaticano.
“Ma è una vittoria enorme che la Corte ci abbia dato il semaforo verde, finalmente il via libera: dopo otto anni di impedimenti sollevati dall’inizio della causa, nel 2002, dopo otto anni di ostacoli”.

Davvero a questo punto pensa di portare, come ha annunciato, Papa Ratzinger alla sbarra?
“Sì, questa è una delle cose che faremo. Ma prima cominceremo dal cardinale Sodano e dal cardinale Bertone. Al Papa ci arriveremo. Non voglio certo cominciare da lì: voglio prima raccogliere le loro deposizioni in particolare. Perché loro – uno come segretario di Stato, l’altro come Capo del collegio cardinalizio, sono stati i top guys, i personaggi chiave”.

Perché proprio loro?
“Perché nelle loro posizioni sono stati al centro delle coperture per un lungo periodo. Così come lo fu il cardinale Joseph Ratzinger, l’attuale Papa Benedetto, quando aveva responsabilità nella Curia. Lui adesso è il capo supremo e non partirò nell’inchiesta da lui: ma ci arriverò”.

Come farà a raccogliere queste deposizioni? Pensa di organizzare degli interrogatori in Italia?
“Sì, dovremo andare in Vaticano, organizzeremo le deposizioni, organizzeremo una missione”.

Primo passo, lei dice, Bertone e Sodano. Per arrivare a portare sotto processo il Papa?
“Guardi, cercheremo come ho detto di avere la deposizione anche del Papa. Io non penso che sarà possibile processare il Papa in quanto Papa: ma il Vaticano sì. Per la prima volta avremo la possibilità di fare un processo, qui negli Usa, in cui il Vaticano può essere considerato responsabile nella copertura di quei crimini che sono gli abusi dei preti. E’ soltanto una decisione che riguarda un caso ma apre la porta ad altri casi e soprattutto al principio di responsabilità. E questa è la cosa più importante”.

Come si è sentito appena avuta la notizia della decisione della Corte Suprema?
“Estasiato…”.

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La società pubblica Arcus è diventata protagonista delle cronache giudiziarie per il finanziamento da 2,5 milioni elargito alla curia di Propaganda Fide diretta dal cardinale Crescenzio Sepe quando il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi con una mano firmava il via libera al pagamento di un progetto poi non eseguito e con l’altra comprava a prezzo stracciato dalla stessa Propaganda Fide di Sepe un palazzetto nel centro storico di Roma per 3 milioni di euro. Per scoprire questo moderno esempio di carrozzone pubblico non c’era però bisogno dell’indagine di Perugia né dell’iscrizione tra gli indagati del cardinale Sepe e di Lunardi. Arcus ha elargito e stanziato poco meno di 500 milioni di euro dalla sua nascita nel 2004, senza soluzione di continuità tra centrodestra e centrosinistra. La sua missione è “di sostenere in modo innovativo progetti importanti e ambiziosi concernenti il mondo dei beni e delle attività culturali, anche nelle sue possibili interrelazioni con le infrastrutture strategiche del Paese”.

L’arte del business
L’oggetto sociale abbastanza fumoso e la possibilità di elargire soldi senza gara per spettacoli, arte, restauri e mostre ne ha fatto un poderoso strumento clientelare in mano ai politici che volevano favorire i propri collegi elettorali, gli amici, i familiari e anche i parroci. Arcus è di proprietà del ministero dell’Economia al 100 per cento mentre il coordinamento sulla sua azione è rimesso ai Beni culturali retti da Sandro Bondi, che talvolta opera di concerto con le Infrastrutture di Altero Matteoli. In tempi di tagli di bilancio la Arcus Spa è diventata, come la Protezione civile, un canale privilegiato per dare soldi, consulenze e incarichi di ogni tipo. La Corte dei Conti nel 2009 ha condannato il suo ex presidente Giorgio Basaglia per una consulenza legale ridondante e le trasmissioni televisive Le Iene e Presa diretta, avevano già raccontato i rapporti incestuosi tra Arcus, politica e Vaticano che albergavano dietro il restauro del palazzo di Propaganda Fide a piazza di Spagna ora finito nel mirino della Procura di Perugia.

Le vere autorità di controllo sulla società in questi anni sono state più le trasmissioni televisive che le istituzioni come la Corte dei Conti e l’Autorità di vigilanza dei lavori pubblici. Il giudice della Corte dei Conti Mario Sancetta, ha scritto il regolamento di Arcus quando era al ministero con Lunardi e oggi è indagato per altre storie nell’indagine sulla cricca. Mentre nelle intercettazioni del Ros di Firenze spunta il nome di Arcus. Lo fa proprio un consigliere dell’Autorità Garante dei Lavori Pubblici. Si chiama Alessandro Botto, già consigliere di Stato e segretario generale dell’Agcom, non chiede maggiori controlli. Anzi, telefona a Fabio De Santis (che poi sarà arrestato) per chiedere di intervenire tramite il “capo”, cioè Angelo Balducci, per avere da Arcus un finanziamento. E ovviamente il beneficiario non era Botto stesso ma una chiesa, quella di Santa Maria in Aquiro. “Interessava a un amico parroco”, dice Botto oggi al Fatto in un amen, aggiungendo subito “ma non è mai stato approvato”. Vaticano, soldi pubblici e politica. È questo il mix che spesso si trova dentro le pratiche della società dello spettacolo. Un caso esemplare è lo stanziamento di mezzo milione di euro a beneficio della società “I borghi Srl” che gestisce l’Auditorium della Conciliazione a Roma. L’immobile è di proprietà del Vaticano che lo affitta ai Borghi, finanziata dallo Stato con Arcus. Quando ottiene il contributo, la Srl cattolica vanta tra i suoi soci due politici di destra e sinistra: Lorenzo Cesa, che poi diverrà segretario Udc e Francesco Artenisio Carducci, allora responsabile cultura della Margherita di Rutelli e ora transitato al centrodestra.

I soliti noti
Anche l’ascesa della professoressa Francesca Elena Ghedini, archeologa e sorella del più famoso onorevole-avvocato Nicolò si intreccia con quella di Arcus. La responsabile del dipartimento archeologia dell’Università di Padova ha ricoperto il ruolo di consigliere della società dal 2003 al 2006. Ma non è stata solo membro dell’organo decisionale di Arcus, la sua attività pubblica di archeologa ha beneficiato di milioni di euro di contributi. Ovviamente non privatamente come Cesa e soci ma in qualità di archeologa dell’università. Sul sito della sua facoltà si legge nel curriculum che “è codirettore degli scavi di Nora (dal 1990), direttore degli scavi sulla Via Annia (Roncade, Treviso) (dal 2000) e condirettrice del progetto Aquae Patavinae”. Ebbene Arcus ha stanziato più di due milioni per questi scavi. Nell’ordine: 200 mila euro per l’Università di Padova proprio per il progetto in Sardegna “area archeologica di Nora”; altri 800 mila euro sono partiti per “la valorizzazione dell’antica strada romana via Annia”, destinati alla Regione Veneto; altri 435 mila euro sono andati all’università di Padova per il progetto “Aquae Patavinae” che si sommano a un milione e 160 mila euro concessi per il medesimo progetto al comune di Montegrotto e alla Regione Veneto. A chi criticava queste scelte, Arcus ha risposto con un comunicato pubblicato sul sito Internet: “Noi che abbiamo avuto l’onore e il piacere di interagire con la professoressa Ghedini per motivi professionali e istituzionali, non possiamo non testimoniare della sua caratura morale e scientifica che, unitamente ad una grande passione per la ricerca, per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, per l’innovazione, ne fanno una persona capace di dare grande lustro al nostro Paese”. Un lustro costoso, però.

Da Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2010

CITTA’ DEL VATICANO – “Sdegno”, “stupore” e “rammarico”: così il Vaticano ha reagito alla violazione delle tombe dei cardinali Jozef-Ernest Van Roey e Le’on-Joseph Suenens, defunti arcivescovi di Malines-Bruxelles, avvenuta in Belgio durante le perquisizioni di ieri a Bruxelles. Lo ha fatto con una nota ufficiale e anche attraverso le parole dette all’ambasciatore del Belgio presso la Santa Sede, Charles Ghislain, che questa mattina è stato convocato in Vaticano per incontrare mons. Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati.

Nella nota ufficiale la segreteria di Stato vaticana ha ribadito,”la ferma condanna di ogni atto peccaminoso e criminale di abuso di minori da parte di membri della Chiesa, come pure la necessità di riparare e di affrontare tali atti in modo conforme alle esigenze della giustizia ed agli insegnamenti del Vangelo”. Che però, si legge nel testo, “esprime anche vivo stupore per le modalità in cui sono avvenute alcune perquisizioni condotte ieri dalle Autorità giudiziarie belghe” e “rammarico per alcune infrazioni della confidenzialità, a cui hanno diritto proprio quelle vittime per le quali sono state condotte le perquisizioni”.

Durante la perquisizione sono stati sequestrati infatti anche i documenti della commissione Adriansses (il professor Peter Adriaensses è il presidente della commissione per il trattamento degli abusi sessuali) e questo, secondo il portavoce della Conferenza episcopale belga Eric de Beukelaer, “va contro il diritto alla riservatezza di cui devono beneficiare le vittime” di abusi pedofili da parte di religiosi “che hanno deciso di indirizzarsi a questa commissione”, ha dichiarato con una nota ufficiale diffusa oggi dalla Segreteria di Stato.

Anche il capo della Chiesa cattolica del Belgio, monsignor Andre-Joseph Leònard, ha criticato le perquisizioni. “La giustizia fa il suo lavoro e ha il diritto di fare delle perquisizioni. Quello che stupisce è che abbiano anche scavato nelle tombe arcivescovali e che tutti i vescovi siano stati trattenuti fino a sera”, ha detto il monsignore parlando di “sequestro fra virgolette” e di “eccessivo zelo” durante la presentazione alla stampa di monsignor Jozef De Kesel, vescovo nominato oggi da papa Ratzinger alla guida della diocesi di Bruges al posto di Roger Vangheluwe, reo confesso di abusi sessuali nei confronti di un minore.

Ma per il premier uscente del Belgio, il democratico cristiano Yves Leterme, “chi ha commesso abusi deve essere perseguito e condannato secondo la legge belga”. Secondo Leterme, le investigazioni “sono la prova che in Belgio esistono poteri separati tra Stato e Chiesa”. Dello stesso avviso anche il ministro della giustizia dimissionario, Stefaan De Clarck (il Belgio non ha un nuovo governo dopo le elezioni del 13 giugno scorso) che in un’intervista, si è detto sorpreso delle perquisizioni, ma ha precisato che la magistratura è indipendente e che spetta a quest’ultima decidere.

Le perquisizioni di ieri in Belgio, in seguito a nuove denunce sui preti pedofili, hanno riguardato, oltre all’arcivescovado, anche la cripta della cattedrale Saint Rombout a Mechelen. A riferirlo oggi sono diversi quotidiani belgi, secondo i quali i poliziotti sono scesi fino nella cripta alla ricerca di dossier sulla pedofilia che sarebbero stati nascosti nella tomba di un arcivescovo. Gli agenti hanno utilizzato anche martelli pneumatici ma non hanno trovato nessun nascondiglio segreto. “Posso confermare che nel corso delle perquisizioni è stata aperta una tomba”, ha affermato oggi la portavoce della procura di Bruxelles Estelle Arpigny. La portavoce ha quindi precisato di non avere alcun commento da fare alle affermazioni di sdegno del Vaticano.

Secondo una fonte giudiziaria citata dal quotidiano De Morgen, le perquisizioni sono state fatte nell’ambito dell’inchiesta “Operazione Chiesa”. “Se dai dossier sequestrati dovesse emergere che alcuni ordini religiosi hanno impedito sistematicamente, per decenni, che i pedofili potessero essere giudicati, allora per la legge formerebbero un’organizzazione criminale. E’ complice anche chi aiuta a garantire l’impunità”, ha indicato la fonte del De Morgen. La priorità del giudice Wim De Troy, che conduce l’inchiesta, scrive anche il quotidiano La Derniere Heure, è di stabilire se il comportamento della chiesa, “da più di venti anni”, può costituire “complicità in senso penale”.

Quando parla di “specificità” intende dire che sono abituati a fare come gli pare senza rendere conto alla giustizia ?

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ROMA – Quattro imprese edili gradite al Vaticano e approdate, sulla scorta degli stretti rapporti con la Santa Sede, sopra gli appalti della Protezione civile. È l’ultimo filone d’inchiesta individuato dalla procura di Firenze, dalla quale è partita l’inchiesta G8. In quattro casi gli inquirenti hanno certificato un percorso inverso rispetto alla “Anemone costruzioni”: grazie alla saldatura di un’amicizia con i vertici del mattone pubblico, il gentiluomo del Papa Angelo Balducci in particolare, Anemone nel tempo era diventato uomo di fiducia del Vaticano e di Propaganda Fide.

Per accedere agli uffici pontifici, hanno accertato in procura, bisognava essere presentati, quindi passare un esame fiduciario. La famiglia Navarra ne è un esempio. Certifica un’attività edilizia dalla fine dell’Ottocento e dal 1975, attraverso la Italiana costruzioni, si è consolidata sui cantieri pubblici più vari – la terza corsia del Grande raccordo anulare di Roma, il nuovo centro di Roma, Maxxi per le arti contemporanee, Palazzo Ducale a Genova, due caserme a Milano e Lecco – trovando parallelamente ascolto in Vaticano. I tecnici del Governatorato, con la supervisione del direttore dei Musei vaticani Antonio Paolucci, hanno scelto infatti di affidare ai Navarra il restauro del colonnato del Bernini di piazza San Pietro, commessa da 20 milioni da portare a termine nel 2015. L’azienda romana, che vanta tecniche di restauro sofisticate, nel corso del Giubileo prese il restauro delle otto cupole lignee, della biblioteca e della penitenzieria della basilica di Sant’Antonio da Padova. Nel 2003 ottenne dal provveditorato alle Opere pubbliche del Lazio (guidato da Balducci) il cantiere per la nuova sede della Corte d’appello di Roma: Navarra affidò la progettazione all’architetto Paolo Cuccioletta, già alto funzionario pubblico e amico di Fabio De Santis. Nel 2005, ancora, la Italiana costruzioni si è aggiudicata la ristrutturazione del famoso palazzo di Propaganda Fide in piazza di Spagna, 15 milioni, cinque dei quali finanziati dai ministeri dei Beni culturali e delle Infrastrutture (è la partita che ha garantito l’avviso di garanzia per corruzione all’ex ministro Lunardi e all’arcivescovo Sepe). Vicini a Balducci, ma anche a Bertolaso, i Navarra nel 2008 hanno fatto man bassa degli appalti dei Mondiali di ciclismo di Varese: 54 milioni di commesse sui 75 disponibili. La “Varese 2008 scarl”, controllata, realizzò perlopiù tangenziali. C’è un’inchiesta aperta.

Un altro riferimento edile di Balducci era la Pessina Costruzioni, colosso lombardo-piemontese oggi impegnato in “Malpensa 2000″, alla nuova sede della Regione Lombardia e al Teatro delle Vittorie a Roma. Ha lavorato nel post-terremoto aquilano e in una lunga serie di partite vaticane e cattoliche: ristrutturazione di immobili in via della Conciliazione a Roma e nell’oratorio di Santa Marta presso la basilica vaticana, per la realizzazione di un parcheggio interrato nella Città del Vaticano e per il nuovo atrio di accesso della Pontificia Università Lateranense. Ancora, la Pessina ha messo mano al restauro del monastero di Assisi, all’ampliamento dell’ospedale di Treviso e della casa di cura di Brescia, rette entrambe dall’Istituto Figlie di San Camillo.

A cavallo tra la Santa sede e i ministeri è la Dromos restauri dell’ingegner Cosima Arcieri, società vicina all’ex direttore dei Beni culturali nel Lazio, Luciano Marchetti, oggi vice-commissario in Abruzzo, nonché affittuario di una casa di Propaganda Fide. Dromos si è aggiudicata i lavori nella Pontificia Università Gregoriana di piazza della Pilotta, finanziati per 1,8 milioni dallo Stato, e ha realizzato restauri in dodici chiese romane. In questo crogiolo di scambi edili prende corpo un interessante filone di rapporti che, passando per l’architetto Federica Galloni, successore di Marchetti alla direzione dei Beni culturali nel Lazio, porta a Paolo Berlusconi e ancora al Vaticano. Anello di congiunzione sono i fratelli Facchini, professionisti con studio a Roma, autori di un intervento sul palazzo dell’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede. Uno dei due fratelli ha disegnato la trasformazione in albergo dell’ex ospedale militare della Maddalena, mai aperto. In una telefonata intercettata l’architetto fiorentino Marco Casamonti (indagato per truffa ai danni dello Stato) dice: “Pare che l’abbia progettato un certo Facchini, dice che è una cosa orrenda… Sarà l’uomo di Balducci”. E l’architetto Tito Boeri: “No, peggio, lui è l’architetto del Papa, il fratello è uno degli architetti di Berlusca… Della Giovampaola mi ha detto che sono dei cani, però non li possiamo mandare via perché uno lavora per Berlusconi e uno per il Vaticano”. Il giorno dopo Valerio Carducci dell’azienda Giafi (truffa ai danni dello Stato) rivela a Casamonti: “Sono andato alla riunione con questo architetto Facchini e nella stanza c’era il fratello del presidente”.

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Il cardinale Crescenzio Sepe è indagato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta G8. L’indiscrezione è raccolta dall’Agi e l’avviso di garanzia sarebbe stato già recapitato. Per il cardinale Sepe l’indagine riguarda in particolare la ristrutturazione e la vendita di alcuni immobili di Propaganda Fide nel 2005. Operazioni nelle quali risulterebbe coinvolto il costruttore Diego Anemone, considerato personaggio centrale dell’inchiesta sui Grandi eventi. Il sospetto degli inquirenti perugini è che l’attuale arcivescovo di Napoli abbia ricevuto in cambio dei favori. Anche per quanto riguarda Lunardi l’accusa fa riferimento alla ristrutturazione e alla vendita di un immobile. In entrambe le operazioni sarebbe coinvolto l’ex presidente del Consiglio dei lavori pubblici Angelo Balducci, tuttora detenuto nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta cricca degli appalti.E’ stato aperto un fascicolo anche per l’ex ministro Lunardi. Intanto i magistrati valutano come ascoltare l’ex responsabile di Propaganda Fide. Una rogatoria con il Vaticano o l’acquisizione diretta della testimonianza del cardinale Crescenzio Sepe in merito alla casa romana di via Giulia della quale usufruì Guido Bertolaso sono le ipotesi al vaglio della procura di Perugia che sta indagando sulla cosiddetta cricca degli appalti per i Grandi eventi. Sembra comunque sempre più probabile che i magistrati possano sentire il prelato già nei prossimi giorni.

DECISIONE IMMINENTE – Oggi l’arcivescovo di Napoli è stato impegnato in una mattinata di normale lavoro. Incontrando alcuni sacerdoti stranieri della diocesi partenopea. Sull’ipotesi che il cardinale possa essere ascoltato dai pubblici ministeri Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, l’ufficio stampa della curia ha però risposto che per il momento non sono previste dichiarazioni. Riserbo praticamente assoluto come quello mantenuto dai magistrati del capoluogo umbro. In queste ore i pubblici misteri stanno comunque valutando la forma con la quale sentire Sepe. Non è escluso che a breve possa essere acquisita anche la testimonianza del professor Francesco Silvano. I nomi di entrambi sono entrati nell’inchiesta perugina dopo l’interrogatorio di Bertolaso, mercoledì scorso.

IL GIALLO DI VIA GIULIA – Il capo della protezione civile ha infatti riferito agli inquirenti che la casa di via Giulia dove abitò per un periodo nel 2003, per lui di Propaganda Fide, gli venne messa a disposizione gratuitamente da Silvano, collaboratore dell’organizzazione religiosa della quale fu al vertice il cardinale Sepe. Sarebbe stato proprio il porporato a indirizzare il sottosegretario – ha spiegato nell’interrogatorio – al professor Silvano. Dall’indagine è però emerso che l’appartamento è di proprietà di Raffaele Curi e a pagare l’affitto nel periodo in cui abitava lì Bertolaso sarebbe stato l’architetto Angelo Zampolini, accusato nell’inchiesta perugina di avere riciclato denaro di provenienza illecita che gli investigatori sospettano provenire dal costruttore Diego Anemone. Circostanza però sempre negata dal capo della protezione civile, mentre Curi ha sostenuto di non avere «mai sentito parlare» nè del cardinale Sepe nè nel professor Silvano o di Anemone. Una vicenda sulla quale ora gli inquirenti si stanno concentrando per fare chiarezza.

COMPETENZA TERRITORIALE – Sul fronte fiorentino dell’inchiesta sulla presunta cricca, i magistrati stanno valutando i documenti acquisiti in studi tecnici di Firenze e nella sede centrale della società Btp di Riccardo Fusi, a Calenzano. Si tratta di atti relativi al filone dell’inchiesta sull’appalto per la scuola marescialli dei carabinieri, per il quale, nel capoluogo toscano, sono a processo Angelo Balducci, Fabio De Santis e Guido Cerruti. Fra gli indagati – ma le loro posizioni sono state stralciate – ci sono anche Fusi e il coordinatore del Pdl Denis Verdini. Sul futuro del procedimento, però, pende l’incognita della competenza territoriale. La decisione della Cassazione del 10 giugno, infatti, sembrerebbe suggerire il trasferimento degli atti a Roma. Dovrebbe essere lo stesso tribunale di Firenze, nella prossima udienza del 6 luglio, a dire l’ultima parola e a decidere se il processo fiorentino dovrà continuare o chiudersi (praticamente prima di iniziare) e il procedimento passare a Roma, dove la procura ha già aperto un fascicolo ad hoc.

(ANSA)

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L’ AQUILA – I soldi del terremoto utilizzati per la visita del Papa in Abruzzo. Accade anche questo all’ ombra della ricostruzione in provincia dell’ Aquila. Accade che la giunta del Comune di Sulmona – guidata dal sindaco Pdl Fabio Federico – decida di dirottare meno di un milione di euro di fondi per il sisma sull’ accoglienza del pontefice, atteso il prossimo 4 luglio. Soldi che serviranno non solo per la viabilità ma anche per l’ allestimento dell’ area d’ atterraggio dell’ elicottero di Ratzinger. Un trasferimento di fondi che costerà caro alle casse del Comune: una multa di quasi ottocentomila euro. Quei soldi, infatti, sono un risarcimento assicurativo per gli immobili danneggiati dalla scossa del 6 aprile, e una precisa clausola prevede una penale in caso di utilizzo per altri scopi. Intanto a 14 mesi dal sisma – sul quotidiano cattolico Avvenire – monsignor Giovanni D’ Ercole, vescovo ausiliare dell’ Aquila denuncia la carenza di fondi per la ricostruzione e l’ impasse burocratica. «Mancano i soldi: non si sa quando arriveranno e quanti. E poi, forse, troppa lentezza burocratica. Questo disorienta la gente che teme di non tornare più a casa: troppi inverni di ritardo potrebbero completare l’ opera del terremoto, riducendo in macerie gli edifici danneggiati ed esasperando gli animi sino alla depressione». Sempre ieri, in occasione dell’ anniversario della Liberazione della città dell’ Aquila, il sindaco Massimo Cialente ha partecipato alla cerimonia con la fascia tricolore in mano per chiedere la proroga delle agevolazioni per la zona colpita dal terremoto del 6 aprile 2009. È la terza volta che il primo cittadino aquilano attua questa forma di protesta contro la manovra finanziaria del governo.

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Sei anni e otto mesi. E’ questa la pena, confermata dalla Corte di Cassazione, per Don Marco Cerullo, vice parroco di Casal di Principe e insegnante di religione a Villa Literno, arrestato in flagranza di reato dalle forze dell’ordine il 19 dicembre 2007, mentre in macchina abusava di un suo alunno di 11 anni. La vittima raccontò che don Marco lo aveva allontanato dalla scuola con la scusa di comprare i colori del presepe e aggiunse che già altre volte aveva abusato di lui, anche a casa del bambino.
La Cassazione ha sostanzialmente confermato la sentenza di Corte d’Appello, compresa la provvisionale già disposta di 50.000 euro. Ma finora il sacerdote non ha pagato neppure un centesimo. E qualsiasi azione legale per la richiesta di risarcimento rischia di cadere nel vuoto: il sacerdote, infatti, risulta nullatenente.
Al momento dell’arresto di don Marco, il vescovo di Aversa mons. Milano dichiarò che preferiva aspettare i tempi della giustizia. “La giustizia ha fatto il suo corso ma monsignor Milano non ha ancora pronunciato una parola” afferma Sergio Cavaliere, l’avvocato della vittima. “Non una parola di pietà per la sorte della vittima in questi due anni e cinque mesi. Eppure si è preoccupato della sorte di don Marco, “promettente teologo”.”
In questi due anni e cinque mesi, don Marco Cerullo è stato agli arresti domiciliari presso una comunità religiosa, nel frusinate, che accoglie anche giovani e giovanissimi. “Non sappiamo se nella comunità protetta si è astenuto “da ogni ufficio o servizio in strutture frequentate da minori” come prescritto dal GUP Chiaromonte il 19 novembre 2008” sostiene l’avv. Cavaliere. “ E non sappiamo se don Cerullo continuerà a dir messa, scontata la reclusione.”
Sul conto di don Marco e della diocesi di Aversa rimangono aperti molti interrogativi. Don Marco ha frequentato il seminario minore di Aversa, dove accedono bambini delle scuole medie e ragazzi delle scuole superiori. Ed è proprio in quel seminario che è celebre il “gioco dello scarpone”, una metafora, neppure troppo velata, per l’atto dell’abuso sessuale. In quel seminario don Marco è tornato, in seguito, come assistente spirituale dei giovanissimi allievi. E’ stato poi trasferito come parroco a Villa Literno e da lì, appena un mese prima dell’arresto, trasferito come viceparroco a Casal di Principe.
Possibile che la diocesi non abbia mai ricevuto segnalazioni sul conto di don Marco, sospetti, chiacchiere, insomma, qualcosa che inducesse a una maggiore attenzione sull’operato del sacerdote? In fondo, certe “inclinazioni” non si manifestano improvvisamente.
“Non ho ricevuto mai alcuna segnalazione, sul conto del sacerdote” afferma il vescovo di Aversa, monsignor Milano. “E’ un grande dolore che sopporto ormai da quando ho saputo dell’arresto. Tuttavia la cattiva condotta di un sacerdote non deve inficiare l’opera dei sacerdoti che invece compiono quotidianamente il proprio dovere nei confronti della Chiesa e dei fedeli.”
Le disposizioni del Papa, in merito alle accuse di abusi sessuali nei confronti di sacerdoti sembrano essere piuttosto chiare e prevedono un procedimento canonico. “Il procedimento è già stato aperto,” sostiene monsignor Milano “Si tratta di una indagine della Congregazione per la Dottrina della Fede, cui spetta la competenza per questi casi particolari. La Chiesa segue le direttive del Santo Padre, che per noi è un faro lungo il nostro percorso spirituale.”
Le persone abusate hanno necessità di rivolgersi a specialisti per tentare di superare il trauma e le cure sono piuttosto costose. Don Marco non ha mai risarcito la vittima e risulta nullatenente. Forse la diocesi, per dovere se non altro morale, potrebbe in qualche modo provvedere al risarcimento, o comunque all’assistenza della vittima. “Queste sono decisioni che un vescovo non può prendere da solo,” ribadisce il vescovo Milano “sarà vagliato il problema dalla collegialità e sarà presa una decisione.” Non una parola sulla possibilità di incontrare la vittima, almeno per offrire le scuse e il conforto spirituale alla famiglia.
Don Marco Cerullo, che non era presente alla sentenza, sarà probabilmente tradotto in carcere a breve. Ha scontato 2 anni e 5 mesi agli arresti domiciliari. Gli restano 4 anni e 3 mesi da trascorrere in carcere, ma con lo sconto della pena per buona condotta (3 mesi l’anno) il sacerdote probabilmente finirà col restare in carcere poco più di due anni e mezzo. La sua vittima, invece, resterà segnata dagli abusi subiti per tutta la vita.

E ricordate : devolvere l’otto per mille alla chiesa aiuta il sostentamento del clero !

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