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Stop al rossetto per le hostess della Turkish Airlines

Posted by on 14/05/2013 in Stampa | 0 comments

La notizia circolava già da qualche giorno sui principali quotidiani turchi Hürriyet e Zaman. Ora, però, è arrivata la conferma ufficiale. La Turkish Airlines ha vietato alle sue hostess rossetto e smalto rossi o di qualsiasi altro colore appariscente. Stando al comunicato ufficiale della compagnia aerea di bandiera turca, il divieto si è reso necessario perché un rossetto troppo vivace «non si abbinerebbe ai colori della divisa delle assistenti di volo» e inoltre un «look più naturale» facilita la comunicazione tra clienti e hostess.

Per Gürsel Tekin, vicepresidente del Partito Popolare Repubblicano (laicista, di centro-sinistra e all’opposizione), la decisione dimostra una vera e propria «perversione» da parte delle autorità turche.
In effetti, negli ultimi mesi la Turkish Airlines (di cui Ankara detiene il 49%) ha adottato diversi provvedimenti controversi, come il divieto di consumo di alcolici su numerosi voli. Successivamente, erano filtrati su Twitter i nuovi modelli delle divise delle hostess, ben diversi dalle celebri gonnelline della Turkish negli anni 60-70: il nuovo corso (che tuttavia non è ancora entrato in vigore) prevede lunghi gonnelloni e gambe nascoste da occhi lussuriosi, per non parlare del “fez”, il copricapo osteggiato – insieme al velo islamico – da Mustafa Kemal Atatürk, capostipite della Turchia laica e post-ottomana.

Alla notizia del divieto di rossetto, in molte hanno protestato sui social network, postando foto con ampie e scintillanti passate di rossetto sulle labbra. Del resto, l’ultimo provvedimento della Turkish Airlines rappresenta innanzitutto uno schiaffo alle donne turche, che negli ultimi tempi sono state più d’una volta sulle barricate di fronte alle spinte islamiste dell’esecutivo guidato dal premier Recep Tayyip Erdoğan. Da mesi, infatti, il governo in carica vuole cambiare la legge sull’aborto, in senso restrittivo (ma sinora non c’è riuscito), sia per motivi religiosi ma anche per aumentare la natalità, chiodo fisso del premier.

Secondo un rapporto del 2010 della Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw), le politiche di Erdoğan minacciano da tempo i diritti della popolazione femminile. Anche la Turchia, tra l’altro, è afflitta dalla tragica piaga dei femminicidi: si stima che oltre 250 donne turche vengono uccise ogni anno dai loro (ex) partner (per fare un triste confronto, in Italia le vittime sono state 100 nel 2012). E dal 2002 i crimini sessuali contro le donne in Turchia sono cresciuti del 400%.

Per molti, però, lo stop al rossetto sui voli Turkish dimostra soprattutto, e ancora una volta, l’islamizzazione sempre più veemente della Turchia di Erdoğan, devoto musulmano sunnita. Con lui la vendita di alcol, oltre che sui voli della Turkish, è stata limitata in tutto il Paese, anche da altissime tasse sul suo consumo. E solo qualche giorno fa lo stesso Erdoğan ha detto che l’alcol provoca solo danni alla società (anche se, secondo uno studio dell’università Bahcesehir di Istanbul, solo il 6% delle famiglie turche ne fa uso) e ha tuonato pubblicamente contro la birra, dicendo che la vera «bevanda nazionale» turca è il candido e analcolico ayran, a base di yogurt.

La questione dell’alcol, tuttavia, pare essere soltanto la punta di un inquietante iceberg, oramai sempre più lontano dall’Unione europea (l’ingresso della Turchia nell’Ue è del resto congelato da tempo) e sempre più attratto dall’Oriente e da più rigidi dettami islamici. Erdoğan, che sente di avere le mani libere anche per i buoni risultati dell’economia turca, ha già eliminato il divieto kemalista del velo islamico nelle università e promosso visceralmente il suo uso, anche grazie alla figura sempre velata di sua moglie. Secondo Bloomberg Businessweek, la percentuale di donne turche che oggi indossano il velo è già salita al 60 per cento. Ma non solo.

Diverse scuole laiche sono state trasformate in religiose e l’anno scorso è stata approvata una riforma scolastica che consente alle famiglie di iscrivere i propri figli presso le scuole vocazionali islamiche sin dall’età di 10 anni. Nel frattempo, lo scontro con i militari, i guardiani della laicità dello Stato, si è pericolosamente infiammato. Inoltre, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), la Turchia è oggi uno dei Paesi più repressivi nei confronti dei giornalisti, che negli ultimi anni hanno subìto decine e decine di arresti.

Solo due settimane fa, persino il celebre pianista turco Fazil Say è stato condannato a 10 mesi (con la condizionale) per aver ritwittato un poema blasfemo e accusato su Twitter un muezzin. Una sentenza molto dura (poi annullata da una corte di Appello che ha chiesto un nuovo processo) e che ha echeggiato le condanne di paesi molto più radicali su questi temi, come la wahabita Arabia Saudita, dove vige la sharia. Tuttavia, la deriva verso uno scenario così radicale è totalmente da escludere in Turchia, almeno per il momento.

Secondo uno studio del Pew research center pubblicato lunedì scorso, sebbene la maggioranza dei musulmani nel mondo voglia l’applicazione della legge islamica nei loro paesi, in Turchia questa percentuale crolla al 12 per cento (mentre in Afghanistan, per esempio, il 99% dei musulmani vuole la sharia). Un approccio moderato, sottolinea il Pew, dovuto alle vecchie politiche laiciste di Atatürk. Quelle politiche che Erdogan, almeno in parte, sta rinnegando.

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Eutanasia, in un video la «storia di Piera»

Posted by on 14/05/2013 in Stampa, Video | 0 comments

Una raccolta firme e un video di grande forza. Questi gli elementi che annunciano l’avvio di una mobilitazione nazionale che da sabato 4 maggio vedrà i responsabili dell’associazione Luca Coscioni in mille piazze italiane raccogliere firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l’eutanasia in Italia.
Presentata a Roma, la campagna punta a certificare, con 50mila firme entro sei mesi, la morte assistita nel nostro Paese. «Diciamo “no” all’esilio dell’eutanasia – commenta Marco Cappato del partito radicale – per questo chiediamo una raccolta di firme, sarà un’iniziativa popolare come per aborto o divorzio». Informazioni sui banchetti dove firmare e adesioni anche sul sito www.eutanasialegale.it. Tra i firmatari ci sono già tanti volti noti, da Marco Pannella a Umberto Veronesi, Marco Bellocchio, Ricky Tognazzi, Alessandro Cecchi Paone, Antonella Elia, Furio Colombo, Vittorio Feltri, Silvio Garattini, Mario Morcellini.

IMMAGINI DURE – La campagna «Eutanasia legale» è supportata dai radicali, con un video choc che è stato proiettato venerdì nella sede del partito. Piera Franchini, malata terminale, ha raccontato la sua scelta di ricorrere all’eutanasia: «Io non voglio più soffrire, questa è una sofferenza fine a se stessa: solo io ho il diritto di decidere su me stessa». Marco Cappato che l’ha accompagnata nel suo ultimo viaggio ha ricordato: «Piera si è dovuta recare da un paese del Veneto fino in Svizzera, a Fork, vicino Zurigo, per poter vedere riconosciuta questa sua volontà, ci ha contattato in risposta allo spot “A. A. A. malati terminali cercasi”». Nel video Piera, dal volto ormai scavato dalla sofferenza e dalla malattia ha raccontato lucida: «Danno da bere una bibita, poi uno si addormenta e va. Sono morta il 13 aprile, quando il chirurgo mi ha detto per la prima volta che non c’era nulla da fare» ha continuato Piera, per la quale la fine è arrivata qualche mese dopo, lontana dalla sua casa.

LA DOLCE MORTE – Ma Piera non è stata l’unica a scegliere la «dolce morte»: ogni anno sono una trentina gli italiani che varcano il confine per non far ritorno. Una decisione che l’accomuna, solo per citare i casi più eclatanti, a Lucio Magri, fondatore del «manifesto» e storico leader della sinistra, e all’ex magistrato calabrese Pietro D’Amico, morto appena tre settimane fa. Ed è solo di giovedì la notizia che Daniela Cesarini, 66 anni, ex assessore ai servizi sociali del Comune di Jesi e candidata sindaco del Prc alle elezioni amministrative del 2012, ha scelto di porre fine alla sua vita il 25 aprile, data per lei simbolica, dopo una serie di disgrazie che avevano segnato la sua vita, l’ultima la perdita del figlio. La Cesarini ha salutato i parenti, dicendo che avrebbe fatto una vacanza per il ponte del 25 aprile, ed è partita per la Svizzera, paese in cui il suicidio assistito è consentito dal 1941. La notizia della morte, però, è trapelata solo giovedì e i familiari stessi avrebbero appreso il fatto il 30 aprile, attraverso una lettera inviata dalla clinica a un’amica della donna.

PER IL 62% DEI MALATI TERMINALI, FINE ASSISTITA – La Svizzera ha legalizzato il suicidio assistito e l’eutanasia attiva, con farmaci somministrati da un medico. Una strada praticabile anche in Olanda, Belgio e Lussemburgo, mentre Svezia e Germania ammettono solo l’eutanasia passiva, ossia il blocco delle cure. Secondo dati dell’Istituto Mario Negri, sono 80-90 mila i malati terminali che muoiono ogni anno, soprattutto di cancro: il 62% muore grazie all’aiuto dei medici con «eutanasia clandestina». A rendere noti i dati è Carlo Troilo, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni, durante l’incontro alla sede dei Radicali italiani nel quale è stata presentata la campagna per la raccolta di firme. «Mille malati terminali si suicidano per la negata eutanasia e altri mille tentano il suicidio», ha sottolineato Troilo. «Questa è una campagna politica con la quale chiediamo che vengano riaffermati dei diritti che finora sono stati sottratti», ha concluso Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni.

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Usa, il primo coming out di un giocatore di basket

Posted by on 01/05/2013 in Stampa | 0 comments

NEW YORK – «Non puntavo a essere il primo atleta dichiaratamente gay in uno sport di punta. Ma visto che è così, sono felice di cominciare la conversazione». Il lungo articolo firmato sull’ultimo numero di Sports Illustrated dal 34enne veterano della National Basket Association Jason Collins è destinato a passare alla storia come il primo coming out ufficiale non solo nel mondo del basket Nba, ma anche in quello dello sport statunitense in generale. Ovvero l’ultimo bastione del machismo e dell’intolleranza anti-gay.

«SONO NERO, SONO GAY» -«Sono un centro Nba di 34 anni. Sono nero. E sono gay», esordisce l’atleta che, dopo aver giocato con i Boston Celtics e i Washington Wizards, si definisce adesso un «free agent», un battitore libero. «Il senso di lealtà nei confronti della mia squadra in passato mi ha impedito di dichiararmi», teorizza, «non volevo che la mia vita privata diventasse una distrazione. Il viaggio alla scoperta di me se stesso è cominciato a Los Angeles, dove sono nato», prosegue Collins che elenca i suoi innumerevoli titoli e trofei, forse per dimostrare come l’orientamento sessuale non abbia certamente interferito col suo straordinario talento.

IL PRIMO COMING OUT CON LA ZIA- Il campione racconta del suo primo coming out, avvenuto con la zia Teri, giudice della Corte superiore di San Francisco. «La sua reazione mi lasciò di stucco», racconta, «sapevo da anni che tu sei gay – mi rispose – e da quel momento mi sono sentito a mio agio dentro la mia pelle». Come moltissimi gay costretti a vivere nella menzogna, anche lui ha cercato per anni di negare un’identità che lo sport lo costringeva a tener nascosta. «Frequentavo le donne», scrive ancora, «e mi sono pure fidanzato perché pensavo di dover vivere in un certo modo ed ero convinto di dovermi sposare e far figli. Vivevo, insomma, una grande bugia». A dargli una mano a uscire allo scoperto è stato Joe Kennedy, nipote dell’ex ministro della Giustizia Robert Kennedy, suo compagno di stanza alla Stanford University e oggi congressman democratico del Massachusetts. «Quando nel 2012 mi disse di aver marciato alla Gay Pride Parade di Boston provai gelosia e invidia perché un amico eterosessuale poteva fare ciò che a me, gay, era precluso».

LA CASA BIANCA – Ad applaudire la sua coraggiosa decisione è stata anche la Casa Bianca. «È un altro esempio nell’evoluzione della sensibilità americana verso i diritti dei gay e dei matrimoni tra omosessuali», ha commentato il portavoce del presidente Obama, Jay Carney. Dello stesso avviso Bill Clinton, padre di un’altra sua compagna di corso a Standford, Chelsea, che in un comunicato ha definito il coming out «un momento importante nella storia dell’emancipazione dei gay e dello sport professionistico».

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Francia, l’ora di Laicità entra nella scuola pubblica

Posted by on 01/05/2013 in Stampa | 0 comments

A partire dal 2015 nelle scuole elementari e medie francesi sarà introdotta almeno un’ora alla settimana di “morale laica”, mentre alle superiori la disciplina prevede almeno 18 ore l’anno. Il ministro francese dell’Istruzione Vincent Peillon ha svelato il progetto destinato, secondo le sue parole, a far condividere i valori della Repubblica, ma che «non sarà assolutamente morale di Stato». Il ministro ha negato qualsiasi legame con il dibattito sulla moralizzazione della vita politica che è seguito alla questione dei conti svizzeri segreti dell’ex ministro del tesoro Jérôme Cahuzac: «Si tratta di un momento molto atteso; ma non esistono legami con l’attualità». Il futuro Consiglio nazionale per i programmi, organismo indipendente dal ministero, definirà la messa in opera dell’insegnamento della morale laica, che grazie al disegno di legge sulla riforma della scuola si chiamerà “educazione morale e civica”. Ci saranno orari dedicati al nuovo insegnamento, ma senza aumentare il numero delle ore settimanali, e la materia sarà valutata da un rapporto redatto da Alain Bergounioux, storico e ispettore generale dell’educazione, Laurence Loeffel, professoressa di filosofia dell’educazione presso l’Università Lille-3, e da Rémy Schwartz, consigliere di Stato.
Gli scolari delle primarie potranno essere esaminati sulla capacità di argomentare e sul vocabolario che impiegano, anche attraverso una co-valutazione con gli insegnanti. Gli autori del rapporto auspicano di «fare dell’insegnamento della morale laica un progetto collettivo e interdisciplinare».

Secondo Bergounioux «a scuola attualmente si studiano molte materie, ma concepite senza una prospettiva interdisciplinare. Gli insegnanti non sanno cosa fanno gli altri». Il ministro Peillon ha dichiarato che «ci sarà naturalmente una materia dedicata, ossia gli allievi non faranno che morale laica per un’ora», ma non sarà una disciplina oggetto di concorsi per il reclutamento dei docenti. Alla scuola primaria tale materia sarà svolta dagli insegnanti di ciascun istituto, nel quadro dell’autonomia pedagogica. Alla scuola secondaria l’insegnamento della morale laica passerà, come suggerito dal ministero, «attraverso un lavoro interdisciplinare». «Tutti i professori saranno formati sulla materia» per assicurarne l’insegnamento. «La morale laica è il contrario della morale di Stato: ogni cittadino deve costruire autonomamente il suo giudizio», ha sottolineato il ministro Peillon. E l’insegnamento della laicità significa anche «il rispetto di tutte le convinzioni e le fedi. Una società non può vivere solo nella paura della punizione, ma deve avere una morale: cioè quello che viene da dentro, quello che ogni cittadino porta dentro», ha spiegato il ministro. La morale laica permetterà altresì di evitare «una finta laicità e le derive dello spirito di laicità» che spesso conducono, sempre secondo Peillon, ad «aggressivi malintesi».

Articolo originale su Liberation, traduzione di Belinda Malaspina

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Francia, sì definitivo alla legge sulle nozze gay. Le associazioni: ‘Ora tocca all’Italia’

Posted by on 01/05/2013 in Stampa | 0 comments

L’Assemblea nazionale francese ha dato il si’ definitivo alla legge sulle nozze e sull’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso. In un’atmosfera di forte tensione, dopo 136 ore e 46 minuti di dibattito, il presidente dell’Assemblea nazionale, il socialista Claude Bartolone, ha annunciato che il progetto di legge “che apre al matrimonio per le coppie dello stesso sesso” è adottato con 331 voti favorevoli e 225 contrari. Fischi e applausi hanno accolto l’annuncio, mentre poco prima dalla tribuna del pubblico erano stati espulsi alcuni oppositori.

La destra ha già annunciato un ricorso al Consiglio costituzionale prima della promulgazione della legge da parte del presidente Francois Hollande. ”E’ un momento storico”: il ministro della Giustizia, Christiane Taubira, in Aula all’Assemblea Nazionale di Parigi.

Ora tocca all’Italia: è il commento delle associazioni degli omosessuali. “Il sì francese, che stabilisce che gli affetti di gay e lesbiche hanno lo stesso valore di quelli eterosessuali e rivoluziona profondamente l’istituto del matrimonio – dice il presidente di Arcigay, Flavio Romani – è la vittoria di chi crede che una società migliore è possibile. Il matrimonio fra persone dello stesso sesso è il trionfo della giustizia sociale e di coloro che si riconoscono nella democrazia, nella tolleranza e nell’uguaglianza. Ora tocca all’Italia offrire alle persone gay e lesbiche, che sono i nostri vicini, i nostri colleghi, i nostri amici e familiari quei diritti umani che da anni sono loro tenacemente negati. La classe politica italiana, ha il dovere civile e morale, ammesso che un barlume di morale ce l’abbia, di dare delle risposte a tutte quelle persone, e parliamo di milioni, che per anni sono state umiliate, offese, denigrate, escluse dai diritti, e la cui libertà è stata ferocemente repressa”.

Franco Grillini, presidente di Gaynet, sottolinea che la Francia “é il secondo grande paese a maggioranza cattolica a votare una legge che modifica in modo radicale e definitivo il concetto stesso di famiglia, che ormai va declinata al plurale e definita come ‘coniugi’ indipendentemente dal sesso anagrafico dei partner. Si tratta quindi nei fatti della seconda rivoluzione francese, destinata a influenzare il continente come ai tempi di Napoleone anche perché in questo modo arriva a compimento quella rivoluzione liberale e libertaria che consegna ad ogni individuo le chiavi del suo destino senza la mediazione né della religione né dello Stato. La nostra soddisfazione è grandissima perché Francia vuol dire Italia, sia per vicinanza etico politica sia perché i vari clericali da strapazzo della politica italiana non avranno più argomenti visto anche il consenso popolare a queste leggi ormai maggioritario”. Per il portavoce del Gay center, Fabrizio Marrazzo, “il sì della Francia alle nozze gay è un voto storico. In tutta Europa vincono i diritti civili e la democrazia. L’Italia deve prenderne atto e agire subito. Il prossimo governo ha il dovere di mettere in agenda una legge che non è più rinviabile, e il Parlamento può iniziare a discutere le proposte di legge già depositate da parlamentari di vari gruppi. Serve una pacifica e democratica rivoluzione francese dei diritti”.

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