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GP2: il beato che beatificava i nazisti

Posted by on 01/05/2011 in Stampa | 0 comments

Ci risiamo: come aveva annunciato, papa Woityla ha beatificato – durante la sua visita in Croazia nell’ottobre 1998 – il dr. Aloysius Stepinac, vescovo cattolico, complice dei più atroci misfatti nazi-fascisti in Croazia durante il regime di Ante Pavelic dal 1941 al 1945.

Stepinac, arcivescovo di Zagabria, fu al fianco dei fascisti Ustascia fin dal primo momento (come ha dimostrato senz’ombra di dubbio V. Novak, Principium et Finis veritas), da quando, cioè, il 10 Aprile 1941 ebbe luogo l’occupazione tedesca di Zagabria insieme alla proclamazione dell’indipendenza della Croazia dal regno di Jugoslavia, con a capo il Poglavnik (cioé Duce, Führer) Ante Pavelic. Ma chi era Pavelic?

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La chiesa non abbandona gli amici

Posted by on 24/03/2010 in Stampa | 7 comments

LUGANO – Adolf Eichmann, l’ architetto dell’ Olocausto, si faceva chiamare «Riccardo Klement, nato a Bolzano, professione tecnico». Josef Mengele, l’ “Angelo della morte”, il medico autore degli esperimenti sui detenuti ebrei, aveva assunto invece il nome di «Helmut Gregor, cittadino sudtirolese, professione meccanico». E anche Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, si era dotato di documenti e identità nuove: «Otto Pape, lettone, direttore d’ albergo», con doppia residenza, Roma e Bolzano. Dopo la disfatta del Terzo Reich, i massimi dirigenti delle SS, e con loro migliaia di criminali nazisti, vennero salvati e ospitati in Sud Tirolo, regione germanofona, a quell’ epoca dotata di un confine poroso e considerata quindi un nascondiglio perfetto, priva di spiccare il balzo con documenti nuovi verso il Sud America attraverso il porto di Genova. A procurare gli incartamenti falsi, e ad assicurare per settimane, talvolta per lunghi mesi, un rifugio sicuro, furono sovente sacerdoti compiacenti con il regime di Hitler. I prelati, dietro lo scudo della Pontificia commissione assistenza profughi creata da Pio XII nel 1944, prima ribattezzarono in chiesa i nazisti sotto nuovi nomi. Poi fecero assegnare loro documenti della Croce rossa, capaci di garantire l’ espatrio dall’ Italia, soprattutto verso l’ Argentina, ma anche in Egitto o in Siria. Le rivelazioni provengono da diverse carte ritrovate negli archivi di Bolzano, Merano e Bressanone, oltre che dai registri di molte parrocchie dell’ Alto Adige e in alcuni fondi negli Stati Uniti. I documenti inediti sono stati portati alla luce da uno storico di Innsbruck, Gerald Steinacher, che per cinque anni ha lavorato sulle fonti dirette in Italia, Germania e America, pubblicando per l’ editore StudienVerlag un corposo libro uscito in Svizzera e in Austria, intitolato “Nazis auf der Flucht” (Nazisti in fuga). Nel dopoguerra, diversi dirigenti nazisti riuscirono a farla franca portando in salvo le proprie famiglie. E, assieme alla grande e genuina massa di profughi, scapparono anche una serie di personaggi legati al mondo del contrabbando, della prostituzione e dello spionaggio. Per costoro l’ importante era assicurarsi una nuova esistenza. E il Sud Tirolo si rivelò in questo caso un territorio ideale. Adolf Eichmann aveva vissuto in Germania, sotto falso nome, fino alla primavera del 1950. Era riuscito a risparmiare abbastanza denaro per la progettata fuga in Sud America. Nella cerchia delle SS era nota la sua possibile via di fuga attraverso l’ Italia, e Genova costituiva per tutti, insieme con Trieste, una méta nevralgica prima del salto oltre Europa. Vestito in abiti di montagna, in testa un cappello tirolese col pennacchio, Eichmann passò il Brennero con l’ aiuto di traghettatori di frontiera, che lo consegnarono una volta raggiunto il confine al parroco di Sterzing (Vipiteno) il quale lo confortò con del vino tirolese. Il suo prossimo rifugio fu un chiostro dei francescani nella provincia di Bolzano. A Merano ottenne infine documenti falsi, e a Genova, come mostrano i documenti pubblicati in questa pagina, gli venne consegnato in data 1 giugno 1950 il «permesso di libero sbarco». Josef Mengele, dopo Auschwitz, lavorò in Baviera in un’ azienda di materali agricoli. La domenica di Pasqua del 1949 scattò il suo piano per arrivare in Argentina, dove imperava Peròn e ben disposta verso la Germania. In Italia, Mengele giunse con l’ aiuto di due passatori di Merano. Sotto falso nome, si fermò per quattro settimane all’ hotel «Goldenes Kreuz» (Croce d’ oro) di Sterzing, fino a quando non fu dotato di un’ altra identità, come rivela il certificato N. 100501 del Comitato internazionale della Croce Rossa: «Helmut Gregor, nato a Termeno (Alto Adige), nazionalità italiana, professione meccanico, celibe, indirizzo via Vincenzo Ricci 3 Genova». Incredibile appare oggi il motivo della sua richiesta di viaggio: «Il richiedente è stato prigioniero di guerra – internato – deportato». Erich Priebke, dopo la sconfitta dell’ Asse già risultava residente con la famiglia a Sterzing nel 1943. Fu catturato a Bolzano dalle truppe americane nel maggio del 1945, portato ad Afragola e quindi a Rimini. Da lì fuggì, portandosi a Roma dove ebbe contatti con il superiore generale dei padri salvatoriani, Pancratius Pfeiffer, e da Bologna in treno riuscì a tornare a Sterzing sotto la nuova identità di Otto Pape, ottenuta con il rito del battesimo. In molti casi infatti l’ aiuto del Vaticano, al cui interno alcuni consideravano i nazisti come i salvatori dal bolscevismo, fu determinante. Dopo il “ribattesimo”, pratica formalmente considerata illegale dalla Chiesa, e l’ assegnazione di un nuovo nome, alle ex SS venivano consegnati documenti di espatrio da parte della Croce rossa, che non sempre operava controlli stretti e infine accettava gli incartamenti dotati di identità, dati di nascita, nazionalità e professione. Così accadde per Klaus Barbie, il capo della Gestapo di Lione, divenuto Klaus Altmann, cittadino rumeno. O per Franz Stangl, il boia di Treblinka, fatto «emigrare» in Argentina da «monsignor Luigi», il potente cardinale Alois Hudal. Eichmann fu catturato infine dal Mossad in Argentina e impiccato nel 1962 dopo il processo in Israele. Mengele morì in Brasile nel 1979 per un ictus mentre nuotava in piscina. Priebke, oggi 94enne, dopo la cattura in Argentina e la condanna in Italia all’ ergastolo, vive a Roma in regime di semilibertà. Molti furono i criminali di guerra ospitati nei conventi di Bressanone e Merano. Così come diversi capi ustascia croati trovarono rifugio a Roma, nel chiostro di S. Girolamo a via Tomacelli.

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Il nazismo non era ateo

Posted by on 24/03/2010 in Stampa | 10 comments

Con un recente processo di revisione storica, attuato principalmente dalla Chiesa Cattolica, si sta cercando di far passare l’idea che il nazismo sia stato un’ideologia atea, anzi piú precisamente che l’ateismo sia stato la causa stessa della nascita del nazismo.
Si puó dire che Papa Benedetto XVI sia uno dei maggiori esponenti di questa tesi, la quale é stata in piú occasioni il tema principale dei suoi discorsi, in particolare il pontefice ha affermato: “Tanti ebrei [...] furono brutalmente sterminati sotto un regime senza Dio che propagava un’ideologia di antisemitismo e odio.” (15/05/2009); e anche: “I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla Terra quando l’uomo dimentica Dio.” (09/08/2009).
Evidentemente l’intento di queste affermazioni é screditare l’ateismo, attribuendo agli atei la colpa dell’avvento del nazismo e dunque di uno dei periodi piú bui nella Storia dell’umanitá.
Tuttavia, alla luce degli avvenimenti storici, ció é completamente falso.
Infatti il nazismo é stato tutt’altro che ateo, anzi fin da principio ha avuto un fortissimo legame con la religione, in particolare proprio con il cattolicesimo, il quale aveva coltivato per secoli l’antisemitismo europeo. Inoltre, se ora la Chiesa Cattolica si dichiara paladina della lotta al nazismo, a suo tempo invece non ha mostrato ostilitá nei confronti dei nazisti, al contrario ha avuto un atteggiamento di connivenza.

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SS GALICIA

Posted by on 24/03/2010 in Varie | 6 comments

È nei ranghi della polizia baltica, bielorussa e ucraina che furono reclutati gli effettivi della divisione SS Galicia (SS-Galizien) – più tardi fu conosciuta con il nome di 1a Divisione Ucraina dell’Esercito Nazionale Ucraino – formata nel 1942-1943. I carnefici erano scortati dai preti come dopo il massacro di 6.000 ebrei che durò tre giorni e tre notti, di cui fu testimone il giovane Simon Wiesenthal. Il massacro, perpetrato nell’estate 1941 dall’OUN per celebrare il rientro a Lvov (sede di monsignor Szepticky), fu interrotto al suono delle campane della chiesa. Una voce ucraina urlò: “Basta per questa sera! È l’ora della messa!”. A dispetto delle pretese reticenze della Chiesa, peraltro posteriori a Stalingrado, verso le atrocità tedesche e affini, i prelati controllarono strettamente l’alleanza fra laici e religiosi, come il vecchio vescovo uniate di Lemberg (Lvov), mons. Szepticky, vero simbolo della penetrazione germanica in territorio slavo: la sua lotta antirussa (e antipolacca) al servizio dell’Austria (prima del 1914) poi del Reich, ebbe nuovo slancio con la guerra, dal giugno 1941. La sua crociata e le azioni dei suoi subordinati non distinsero mai fra l’imperativo di vincere una volta per tutte il comunismo ateo e militante e quello di sbarazzarsi degli ebrei. Egli dette la sua benedizione alla divisione SS Galicia guidata dai suoi cappellani uniti all’assalto degli “empi bolscevichi”.

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Josef Mengele

Posted by on 24/03/2010 in Varie | 0 comments

Nato a Günzburg il 16 marzo 1911, Mengele conseguì la laurea in medicina nel 1935, presentando una tesi intitolata “Ricerca morfologico-razziale sul settore anteriore della mandibola in quattro gruppi di razze” . Ebbe come relatore il professor Mollison.
Il dottor Mengele fu sempre un forte credente nella disparità razziale, e in breve tempo riuscì ad ottenere un posto come ricercatore all’ Università di Francoforte nell’ Istituto del Reich per la Biologia ereditaria e l’ igiene della razza. In questo periodo conobbe il professor Otmar von Verschuer, che influenzò molto le sue idee e l’ aiutò poi a redigere la tesi “Ricerche sistematiche in ceppi familiari affetti da cheiloschisi o da fenditure mascellari o palatali” per il conseguimento del dottorato.
Dopo essere entrato nelle SS, partì volontario per la Seconda guerra mondiale. Nel 1942, ferito lievemente dai sovietici, si ritirò dai campi di combattimento perché definito non idoneo a combattere nelle prime linee e iniziò i suoi studi genetici. Nel 1943 entrò a far parte del corpo medico del campo di concentramento di Auschwitz per poter portare avanti i propri studi e conseguire finalmente dei risultati concreti per la realizzazione della razza perfetta in laboratorio, che aveva idealizzato da sempre nella razza ariana. Tale ossessione lo portò a compiere degli esperimenti oltre il limite dell’umana sopportazione.
Circondatosi di un’ equipe di quindici effettivi, tutti reclutati tra i prigionieri del campo tra medici, infermieri professionisti e una disegnatrice, il cui compito consisteva nel rappresentare tutti i mutamenti che si verificavano nelle proprie cavie, si apprestava a smistare i membri di ogni contingente per poter selezionare coloro che meglio potevano aiutarlo a realizzare quell’ideale di perfezione che tanto si prefiggeva di raggiungere. I prediletti erano perlopiù bambini e adolescenti affetti da nanismo o malati di atrofia cancerosa della mascella ma anche e principalmente gemelli, considerati chiavi portanti del progetto, o donne incinte. La selezione iniziale poteva essere vista in principio come occasione fortunosa per potersi salvare dalla fine imminente all’interno delle camere a gas, ma in realtà questa nascondeva dolori e patimenti aldilà di ogni immaginazione, torture mostruose avrebbero portato prima allo sfiguramento e poi alla morte i prescelti, uomini non più considerati uomini, ma solo carne da macello, cavie da laboratorio.
Studi sull’ ipotermia, costringevano alcuni ad essere immersi in vasche d’acqua con una temperatura minore di zero gradi solo per poter constatare il limite di sopportazione umana e poter determinare precisamente i tempi del decesso. Aborti, venivano praticati col solo scopo di prelevare il feto ed effettuare su questo diverse analisi. Trasfusioni incrociate, prelievi di cellule provenienti dai più importanti organi senza l’utilizzo di anestesia, iniezioni di cloroformio nel cuore o di batteri mortali nelle ovaie, contaminazione di alcune cavie con tifo o altre malattie degenerative dei tessuti o la colorazione delle orbite e delle pupille degli occhi che degeneravano inevitabilmente in “grumi granulosi”. Questi erano alcuni esempi di tutte le atrocità, mascherate da giusti prezzi da pagare per il progresso, che dovettero subire quegli uomini. L’ accanimento però proseguiva anche dopo l’avvento della morte, i cadaveri erano sottoposti ad autopsia e spesso alcune parti dei corpi o interi feti conservati grazie alla formalina venivano inviati al di fuori del campo per effettuare su di essi ulteriori e più approfonditi esami.

Nel 1949 ottenne un passaporto falso della Città del Vaticano e si trasferì in Argentina riuscendo a non farsi mai trovare dai servizi segreti israeliani. Si trasferì poi in Paraguay e dal 1960 in Brasile. Morì per un ictus mentre nuotava in piscina nel 1979 a Bertioga, in Brasile. È stato sepolto nel cimitero di Nostra Signora del Rosario, a Embu, sotto la falsa identità di Wolfgang Gerhard.

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