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Eutanasia, in un video la «storia di Piera»

Posted by on 14/05/2013 in Stampa, Video | 0 comments

Una raccolta firme e un video di grande forza. Questi gli elementi che annunciano l’avvio di una mobilitazione nazionale che da sabato 4 maggio vedrà i responsabili dell’associazione Luca Coscioni in mille piazze italiane raccogliere firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l’eutanasia in Italia.
Presentata a Roma, la campagna punta a certificare, con 50mila firme entro sei mesi, la morte assistita nel nostro Paese. «Diciamo “no” all’esilio dell’eutanasia – commenta Marco Cappato del partito radicale – per questo chiediamo una raccolta di firme, sarà un’iniziativa popolare come per aborto o divorzio». Informazioni sui banchetti dove firmare e adesioni anche sul sito www.eutanasialegale.it. Tra i firmatari ci sono già tanti volti noti, da Marco Pannella a Umberto Veronesi, Marco Bellocchio, Ricky Tognazzi, Alessandro Cecchi Paone, Antonella Elia, Furio Colombo, Vittorio Feltri, Silvio Garattini, Mario Morcellini.

IMMAGINI DURE – La campagna «Eutanasia legale» è supportata dai radicali, con un video choc che è stato proiettato venerdì nella sede del partito. Piera Franchini, malata terminale, ha raccontato la sua scelta di ricorrere all’eutanasia: «Io non voglio più soffrire, questa è una sofferenza fine a se stessa: solo io ho il diritto di decidere su me stessa». Marco Cappato che l’ha accompagnata nel suo ultimo viaggio ha ricordato: «Piera si è dovuta recare da un paese del Veneto fino in Svizzera, a Fork, vicino Zurigo, per poter vedere riconosciuta questa sua volontà, ci ha contattato in risposta allo spot “A. A. A. malati terminali cercasi”». Nel video Piera, dal volto ormai scavato dalla sofferenza e dalla malattia ha raccontato lucida: «Danno da bere una bibita, poi uno si addormenta e va. Sono morta il 13 aprile, quando il chirurgo mi ha detto per la prima volta che non c’era nulla da fare» ha continuato Piera, per la quale la fine è arrivata qualche mese dopo, lontana dalla sua casa.

LA DOLCE MORTE – Ma Piera non è stata l’unica a scegliere la «dolce morte»: ogni anno sono una trentina gli italiani che varcano il confine per non far ritorno. Una decisione che l’accomuna, solo per citare i casi più eclatanti, a Lucio Magri, fondatore del «manifesto» e storico leader della sinistra, e all’ex magistrato calabrese Pietro D’Amico, morto appena tre settimane fa. Ed è solo di giovedì la notizia che Daniela Cesarini, 66 anni, ex assessore ai servizi sociali del Comune di Jesi e candidata sindaco del Prc alle elezioni amministrative del 2012, ha scelto di porre fine alla sua vita il 25 aprile, data per lei simbolica, dopo una serie di disgrazie che avevano segnato la sua vita, l’ultima la perdita del figlio. La Cesarini ha salutato i parenti, dicendo che avrebbe fatto una vacanza per il ponte del 25 aprile, ed è partita per la Svizzera, paese in cui il suicidio assistito è consentito dal 1941. La notizia della morte, però, è trapelata solo giovedì e i familiari stessi avrebbero appreso il fatto il 30 aprile, attraverso una lettera inviata dalla clinica a un’amica della donna.

PER IL 62% DEI MALATI TERMINALI, FINE ASSISTITA – La Svizzera ha legalizzato il suicidio assistito e l’eutanasia attiva, con farmaci somministrati da un medico. Una strada praticabile anche in Olanda, Belgio e Lussemburgo, mentre Svezia e Germania ammettono solo l’eutanasia passiva, ossia il blocco delle cure. Secondo dati dell’Istituto Mario Negri, sono 80-90 mila i malati terminali che muoiono ogni anno, soprattutto di cancro: il 62% muore grazie all’aiuto dei medici con «eutanasia clandestina». A rendere noti i dati è Carlo Troilo, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni, durante l’incontro alla sede dei Radicali italiani nel quale è stata presentata la campagna per la raccolta di firme. «Mille malati terminali si suicidano per la negata eutanasia e altri mille tentano il suicidio», ha sottolineato Troilo. «Questa è una campagna politica con la quale chiediamo che vengano riaffermati dei diritti che finora sono stati sottratti», ha concluso Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni.

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Eutanasia, i francesi dicono “oui”

Posted by on 21/10/2012 in Stampa | 0 comments

L’86 per cento dei francesi è a favore dell’eutanasia. Lo rivela un sondaggio Ifop pubblicato dal giornale cattolico Le Pélerin (Il Pellegrino). Oltralpe si auspica l’approvazione di una legge che regolamenti questa pratica, attualmente proibita. Questa percentuale così elevata non rappresenta una novità. La normativa attuale sulla fine della vita condanna l’accanimento terapeutico e autorizza i pazienti colpiti da un male incurabile a rifiutare o interrompere un trattamento rischioso per la sopravvivenza. Il dibattito rimane comunque aperto. C’è chi ritiene che in casi drammatici occorra prevedere una sedazione terminale che, in realtà, è al limite dell’eutanasia, ma si giustifica perché non è in questione il fatto di lasciar morire la persona poco a poco, in una o due settimane, dopo lo stop alle cure. Di tutt’altro avviso è Vincent Morel, presidente della Società francese delle cure palliative: un medico non deve procurare la morte. Quindi, niente eutanasia attiva. Una delle proposte sul tavolo, condivisa da Morel, è quella di permettere a chi è in vita di mettere per iscritto le proprie volontà sulle cure che intende o non intende ricevere nel caso si trovi in uno stato incosciente e non sia più in grado di esprimere il proprio desiderio. Già contemplata da una legge, questa possibilità è tuttavia poco conosciuta e non è vincolante per i medici. Morel sostiene che bisogna creare una banca dati nazionale. Il presidente Francois Hollande è favorevole all’eutanasia e intende procedere nei prossimi mesi a una modifica dell’attuale legislazione in materia.

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Eutanasia, picco di casi in Olanda

Posted by on 21/10/2012 in Stampa | 0 comments

L’Olanda registra un picco di suicidi assistiti da medici: ben 559 in più nel 2011 rispetto all’anno precedente. La Commissione governativa per l’eutanasia ha spiegato che le segnalazioni in tal senso dei medici sono diventate il 2.7 per cento dei decessi totali olandesi, contro il 2.3 per cento dell’anno precedente.

I PAESI DELLA DOLCE MORTE - L’Olanda è uno dei quattro Paesi a consentire legalmente la «dolce morte» ai malati terminali insieme a Belgio, Lussemburgo, Svizzera e allo stato americano dell’Oregon. In realtà si è trattato solo di una depenalizzazione, che risale al 2002, e riguarda i malati terminali che chiedono espressamente di morire per l’eccessivo dolore. Nicole Visee, segretario della Commissione, ha spiegato che le ragioni di questo incremento possono essere diverse: l’aumento dell’età della popolazione, un cambio nelle convinzioni etiche della popolazione, oppure una maggiore accuratezza nei rapporti dei medici.

SVIZZERA, OK IL TURISMO DEL SUICIDIO - Contemporaneamente il parlamento svizzero ha respinto una proposta volta a limitare l’accesso alla procedura per gli stranieri. La Svizzera consente il suicidio assistito fin dal 1941 e permette che sia eseguito anche da personale non medico (ammettendo anche la depressione tra le cause della volontà di morire), se l’esecutore non ha interessi economici nella vicenda. Nel 1998 le persone che hanno avuto accesso alla procedura sono state 43, contro le circa 300 del 2009. Gli stranieri sono invecve in calo. Il ministro della giustizia Simonetta Sommaruga ha spiegato che dai 199 cittadini stranieri del 2006 si è scesi ai 97 del 2010, prevalentemente tedeschi, francesi e britannici. Il voto del parlamento riflette un referendum dello scorso anno a Zurigo, che respinse a maggioranza schiacciante la proposta di fermare il «turismo del suicidio».

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Rifiuta l’accanimento terapeutico

Posted by on 31/08/2012 in Varie | 0 comments

Di per se non sarebbe un titolo sensazionale.
“Si tratterà del solito ateo bastardo che si rifiuta di vivere come una pianta per anni in preda a dolori e angosce” si potrebbe pensare…

Invece no. Il bastardo suicida è il cardinale Carlo Maria Martini!

Non va bene cardinale.

Voglio proprio vedere se a fronte di questa sua scelta, l’ospedale sarà preso d’assalto da maniaci ferventi credenti in preda all’ossessione dell’eutanasia.
Voglio vedere scritte di odio verso il peccatore che pensa di poter disporre della propria vita, andando quindi contro i dettami della setta di nazingher.

Vedremo.

Repubblica
Corriere della Sera

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Londra, muore l’uomo-simbolo della battaglia per l’eutanasia

Posted by on 25/08/2012 in Stampa | 0 comments

Aveva fatto della sua vita una battaglia per il diritto alla dolce morte. Tony Nicklinson, 58 anni, sette anni fa era stato colpito da un ictus che gli aveva paralizzato tutti i muscoli volontari ma lo aveva lasciato completamente cosciente. Una sindrome chiamata “locked in”, chiuso dentro, bloccato, una condizione descritta dcome “un incubo ad occhi aperti”. Nicklinson ha speso gli ultimi anni della sua vita per ottenere dalla magistratura britannica la possibilità di morire senza conseguenze legali per il suo medico e per la moglie. La sua battaglia è diventata un caso in Gran Bretagna, aprendo un aspro dibattito, come successe in Italia col caso di Eluana Englaro. Il 12 agosto scorso la Corte ha rigettato le sue richieste, gettandolo nello sconforto. Così ha cominciato a rifiutare il cibo e dopo qualche giorno si è spento

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Emigrare per morire con dignità

Posted by on 04/07/2012 in Stampa | 0 comments

I giornali di questi giorni hanno raccontato la storia di Vittorio Bisso. Malato di Sla, si è sottoposto a cure anche all’estero, ma dopo il peggioramento irreversibile della malattia ha scelto la strada che lo ha portato al suicidio assistito in Svizzera.

Era un ex assessore comunale di Dolo (VE), un comunista (del PdCI per l’esattezza), un ateo e per di più sbattezzato come riporta con dovizia di particolari il Corriere della Sera nella sua edizione on line veneta. Come se questi particolari dovessero in qualche modo “giustificare” la sua scelta.
In realtà non occorre essere ne’ atei ne’ comunisti per chiedere una morte dignitosa e non finire intubati e incoscienti per chissà quanti anni; occorre semplicemente avere una concezione non fideistica della vita e ritenere legittima la propria autodeterminazione.

Purtroppo il vergognoso opportunismo della politica italiana porta i nostri rappresentanti a ignorare, anzi, a calpestare i diritti di migliaia di persone che non chiedono altro se non rispetto per le proprie scelte. Non è un caso se nel nostro paese il partito di maggioranza relativa (stando ai sondaggi attuali) pur “progressista” (per quel che può significare) sulla carta, è ostaggio degli integralisti cattolici presenti al suo interno: Rosy Bindi e Giuseppe Fioroni che pur orfani della capofila Paola Binetti riescono ad impedire un benché minimo passo avanti del partito sulle “tematiche eticamente sensibili” come anacronisticamente continuano a definirle.

Diritti. Diritti umani e diritti civili. Di questo si deve parlare.
Quando si nega un diritto, in questo caso il diritto a decidere sulla propria vita e come debba finire, si dice in modo goffo e bigotto che la vita non è disponibile. Cosa che oltre ad essere filosoficamente ridicola è anche falsa. In realtà tutti hanno il potere di decidere del proprio fine-vita. Se lo Stato (che in Italia non meriterebbe neanche la maiuscola) è cosi arretrato da impedire la “dolce morte” per sua manifesta sudditanza alla religione di maggioranza, chiunque può sopperire con soluzioni di vario tipo più o meno eclatanti e porre fine alle proprie sofferenze se queste risultano insopportabili. Chiunque, tranne due tipi di persone. Coloro che proprio per averle provate tutte contro la malattia si trovano in condizione di non gestire più il proprio corpo (Nuvoli, Welby) e coloro che devono la loro condizione a un incidente improvviso (Englaro).
Che i talebani cattolici lo abbiano ben chiaro in mente, tutta la loro cattiveria e intransigenza si risolve in un controllo di poche persone sfortunate che devono sottostare all’incapacità di uno Stato prigioniero di un altro Stato teocratico che vive al suo interno.

Proprio per evitare di trovarsi in queste condizioni Vittorio Bisso ha scelto liberamente e consapevolmente di percorrere quella strada che molti prima di lui hanno percorso e molti dopo di lui percorreranno. Una fine discreta e riservata. Altri hanno fatto scelte più rumorose, come Mario Monicelli. Altri ancora scelgono di vivere la loro vita fino in fondo, qualunque essa sia: incosciente, legata alle macchine o a dolori insopportabili. La differenza è che questi ultimi nessuno si permette di giudicarli.

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Il suicidio assistito di Lucio Magri. L’addio ai compagni: “Ho deciso di morire”

Posted by on 02/12/2011 in Stampa | 0 comments

Il fondatore del Manifesto morto in Svizzera ha deciso tutto con lucidità; dalla fine alla sepoltura vicino alla sua Mara. Gli amici hanno tentato di dissuaderlo ma lui era depresso per la morte della moglie.

E ALLA FINE la telefonata è arrivata. Sì, tutto finito. Ora si rientra in Italia. Alle pompe funebri aveva provveduto lo stesso Lucio Magri, poco prima di partire per la Svizzera. Era il suo ultimo viaggio, così voleva che fosse. Non ce la faceva a morire da solo, così il suo amico medico l’avrebbe aiutato. Là il suicidio assistito è una pratica lecita, anche se poi bisogna vedere nei dettagli, se ci sono proprio le condizioni. Ma ora che importa? Che volete sapere? Non fate troppi pettegolezzi, l’aveva già detto qualcun altro ma in questi casi non conta l’originalità.
S’era raccomandato con i suoi amici più cari, quelli d’una vita, i compagni del Manifesto. Non voglio funerali, per carità, tutte quelle inutili commemorazioni. Necrologi manco a parlarne. Luciana si occuperà della gestione editoriale dei miei scritti. Per gli amici e compagni lascio una lettera, ma dovete leggerla quando sarà tutto finito. Sì, ora è finito. La notizia può essere resa pubblica. Lucio Magri, fondatore del Manifesto, protagonista della sinistra eretica 2, è morto in Svizzera all’età di 79 anni. Morto per sua volontà, perché vivere gli era diventato intollerabile.

A casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva. È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. Intorno al tavolo di legno chiaro siede la sua famiglia allargata, Famiano Crucianelli e Filippo Maone, amici sin dai tempi del Manifesto, Luciana Castellina, compagna di sentimenti e di politica per un quarto di secolo. No, Valentino non c’è, Valentino Parlato lo stiamo cercando, ma presto ci raggiungerà. In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c’è più.

Da questa casa Magri s’è mosso venerdì sera diretto in Svizzera, dal suo amico medico. Non è la prima volta, l’aveva già fatto una volta, forse due. Però era sempre tornato, non convinto fino in fondo. Ora però è diverso. Domenica mattina rassicura gli amici: “Ma no, non preoccupatevi, torno domani”. La sera il tono cambia, si fa più affannato, indecifrabile, chissà. Il lunedì mattina appare sereno, lucido, determinato. Ha scelto, e dunque il più è fatto. Bisogna solo decidere, e poi basta chiudere gli occhi. L’ultima telefonata nel pomeriggio, verso le sedici. Poi il silenzio.

Una depressione vera, incurabile. Un lento scivolare nel buio provocato da un intreccio di ragioni, pubbliche e private. Sul fallimento politico – conclamato, evidentissimo – s’era innestato il dolore privato per la perdita di una moglie molto amata, Mara, che era il suo filtro con il mondo. “Lucio non sapeva usare il bancomat né il cellulare”, racconta una giovane amica. Mara che oggi sorride dalle tante fotografie sugli scaffali, vestita color ciclamino nel giorno delle nozze. Un vuoto che Magri riempie in questi anni con le ricerche per il suo ultimo libro, una possibile storia del Pci che certo non a caso titola Il sarto di Ulm, il sarto di Brecht che si sfracella a terra perché non sa volare. Ucciso da un’ambizione troppo grande, così almeno appare ai suoi contemporanei. Anche Magri voleva volare, voleva cambiare il mondo, e il mondo degli ultimi anni gli appariva un’insopportabile smentita della sua utopia, il segno intollerabile di un fallimento, la constatazione amarissima della separazione tra sé e la realtà. Così le ali ha deciso di tagliarsele da sé, ma evitando agli amici lo spettacolo del sangue sul selciato.

Aspettando l’ultima telefonata, a casa Magri. Lalla, la cameriera peruviana, va a fare la spesa per il pranzo, vi fermate vero a colazione? E’ affettuosa, Lalla, ha ricevuto tutte le ultime disposizioni dal padrone di casa. No, non ha bisogno di soldi per il pranzo, ci sono ancora quelli vecchi che lui le ha lasciato. È stata lei ad assistere Mara nei tre anni di agonia per il brutto tumore, e poi ha visto spegnersi lui, sempre più malinconico, quasi blindato in casa. Ogni tanto qualche amico, compagno della prima ora. Ma dai, reagisci, che fai, ti lasci andare proprio ora? Ora che esce l’edizione inglese del tuo libro? E poi quella argentina, e quella spagnola? Dai, ripensaci, c’è ancora da fare. Ma lui non era convinto. Non poteva fare più nulla. Lucido e razionale, fino alla fine. E poi s’era spenta la sua stella, così scrive anche nell’ultima lettera ai compagni.

Sembra tutto surreale, qui in piazza del Grillo, tra squilli di telefono e porte che si aprono. Arriva Valentino, invecchiato improvvisamente di dieci anni. Lo accolgono con calore. No, non sappiamo ancora niente. Aspettiamo. Ricordi privati e ricordi pubblici, lui grande giocatore di scacchi, lui grande sciatore, lui politico generoso che preparava i documenti e nascondeva la sua firma. Ma attenzione a come ne scrivete, non era un vanesio, non era un mondano. Dalle fotografie sui ripiani occhieggia lui, bellissimo e ancora giovane, un’espressione tra il malinconico e il maledetto. Dietro la foto più seducente, una dedica asciutta. “A Emma, il suo nonno”. Neppure Emma, la bambina di sua figlia Jessica, è riuscito a fermarlo.

Poi la telefonata, quella che nessuno avrebbe voluto mai ricevere. Ora davvero è finita. Le pompe funebri andranno a prelevarlo in Svizzera, tutto era stato deciso nel dettaglio. L’ultimo viaggio, questo sì davvero l’ultimo, è verso Recanati, dove sarà seppellito vicino alla sua Mara, nella tomba che lui con cura aveva predisposto dopo la morte della moglie. Luciana Castellina s’appoggia allo stipite della porta, tramortita: “Non avrei mai immaginato che finisse così”. Il tempo dell’attesa è concluso, comincia quello del dolore.

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