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Festa e feti

Posted by on 14/05/2013 in Stampa | 0 comments

La manifestazione “per la vita” di ieri a Roma si è trasformata nel prevedibile carnevale dell’idiozia (non a caso, era presente anche il nostro Sindaco, che non manca mai quando c’è da baciare l’anello a qualche porporato). Qualche migliaio di persone che in qualche modo hanno ritenuto giusto marciare per tutelare gli embrioni calpestando e sputando sulla vita (vera) di donne e uomini. E, sapete com’è, dato che i cristiani sono tanto disgustosamente buoni, decidono di animare questo baraccone nel giorno della stucchevole ricorrenza della festa della mamma. Da bravi estremisti, i cristiani duri e puri hanno fatto in modo di organizzare il loro carnevale nero giustapponendolo ad altre ricorrenze di carattere più chiaramente politico: l’assassinio di Giorgiana Masi (1977), militante radicale ammazzata a pistolettate durante una manifestazione (ma naturalmente la verità non si saprà mai), l’anniversario del referendum sul divorzio (1974).
Insomma, con noi o contro di noi. Da che parte state? Con gli agitatori politici (le Masi), gli assassini di innocenti (Alemanno ha equiparato l’aborto alla pena di morte), con i traditori della mamma (i radicali), ed in generale con i rompicoglioni (sempre i radicali) – o invece volete stringervi alla tonaca lisa e puzzolente della autodefinitasi “santa” chiesa cattolica? Quale miglior presentazione dell’evento di un claim tutto giocato sul nonsense: “generare la vita vince la crisi”. E pensare quanto sono stato ingenuo finora, con la mia fissa che fosse vero l’esatto contrario… Vabbé ma anche voi, che vi aspettate da chi (finge di) crede(re) che una vergine dia alla luce il figlio di Dio, riuscendo per giunta a rimanere vergine nell’impresa? Suvvia.
A sera, ho scorso un po’ di foto su internet. Ho visto anche uno scatto dolce, una giovanissima suora orientale o india che sorrideva sotto un grande poster di un bimbino delizioso in bianco e nero. Beata innocenza, ho pensato: sono certo che quella ragazza sia buona, dolce e votata al servizio di bisognosi e non (mi dicono che una suora praticamente fa la schiava dei preti – che per inciso solo per la chiesa cattolica devono tassativamente essere dotati di testicoli). Sospetto però che il suo tenero cervello sia purtroppo irremediabilmente tarato dalle idiozie che le hanno inculcato.
Un’immagine tra tutte mi è risultata disturbante (e io sono di bocca buona): quella di una croce di legno piatto e levigato, costellata – sull’asse, sulle braccia- di piccoli disgustosi feti di plastica rosa. Non ho potuto fare a meno di pensare alla copertina del singolo di Marilyn Manson, “Disposable Teens”, dove appunto appare un’immagine non molto diversa (solo che lì di feto ce ne è uno solo, e pare pure piuttosto incazzato). Solo che quando, nel novembre del 2000 fu il Reverendo a prendere a calci nel sedere il mondo con quell’artwork provocatorio ed eloquente, tutti a dargli addosso: anticristo, satanista, pervertito, nemico dei valori tradizionali. Ieri però una banda di sfigati da parrocchia ha potuto girare in pieno centro con una porcheria copiaticcia, orribile oltre che per niente glam. Si vede proprio che i cattolici sono abituati al doppio standard.

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GIUSTA? NO, TERRIFICANTE

Posted by on 14/05/2013 in Stampa | 0 comments

Allora, gente, la questione è questa: ritengo che la Marcia per la Vita sia una manifestazione fondamentalista; legittima, naturalmente, ma fondamentalista. Non può essere definito altrimenti un contesto nel quale l’aborto viene equiparato all’omicidio, e quindi -più o meno implicitamente- alle donne che abortiscono viene attribuita la qualifica di assassine.
Ebbene, da candidato nella Lista Civica per Marino al 2° Municipio di Roma, sono rimasto molto meravigliato quando il mio candidato Sindaco, ieri, l’ha definita “giusta”: è un aggettivo che non condivido neppure in minima parte, dal quale mi dissocio senza riserve.
Riccardo Magi, il candidato radicale al Consiglio Comunale, si è già espresso in modo molto chiaro sulla vicenda: ma credo valga la pena che la mia voce si aggiunga alla sua.
Io, come ho già avuto modo di dire più di una volta, trovo la Marcia per la Vita una manifestazione terrificante: e oggi lo ribadisco con la massima chiarezza, certo di parlare anche a nome degli altri candidati radicali nei municipi, promettendo che se sarò eletto farò di tutto, nei limiti di quanto mi sarà possibile, per costituire un presidio vivente contro tutti gli integralismi e contro gli attacchi alla libertà di scelta delle donne sul proprio corpo.
Perché, da radicale, so bene una cosa: la legalizzazione dell’aborto è stato lo strumento attraverso il quale siamo riusciti a sconfiggere la piaga dell’aborto clandestino. E a far calare drasticamente, checché ne dicano, il numero degli aborti. Chi si batte per abrogare quella legge non vuole che gli aborti cessino: vuole semplicemente renderli criminali; consegnare le donne all’illegalità; lasciarle davvero sole, per poi colpevolizzarle e trattarle da assassine.
Non è antiabortista, chi vuole abrogare la legge 194. Manco per niente. A prescindere da quello che blatera.
Ed è bene che una buona volta lo si dica con chiarezza.
Tutto qua.

Update: Francesca Battistelli, anche lei candidata nella Lista Civica Marino al 2° municipio, si associa al contenuto di questo post. Non è la prima volta che ci troviamo d’accordo: se avete in mente di votare me, ricordate che potete votare anche lei.

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El Salvador, aborto vietato a ragazza che rischia di morire

Posted by on 01/05/2013 in Stampa | 0 comments

Andare avanti con la gravidanza per Beatriz (il nome è di fantasia) potrebbe significare la morte perché soffre di una grave alterazione del sistema immunitario. Ma in Salvador la legge vieta l’interruzione di gravidanza e i medici non la operano perché hanno paura di essere incriminati. Da un mese i dottori aspettano il via libera delle autorità e la ragazza ha fatto anche appello alla Corte Suprema, appoggiata nella sua battaglia da Amnesty International

“La situazione di Beatriz è disperata – ha detto Esther Major, ricercatrice dell’organizzazione per l’America Centrale – e non si può aspettare più a lungo. Le sue possibilità di sopravvivenza dipendono dalla decisione delle autorità. Ogni ritardo è crudele e disumano. Il governo ha il dovere di garantire a Beatriz l’accesso alle cure salvavita di cui ha bisogno. Fate presto”. (nella foto una manifestazione pro-aborto)

La ragazza, che ha 22 anni, soffre di Lupus Eritematoso Sistemico (Les) aggravato da un’insufficienza renale e la sua salute è peggiorata da quando è incinta. Il feto, tra l’altro, è privo di una gran parte del cervello e nascerebbe comunque morto. Perché, dunque, impedire l’aborto? Cosa aspettano i giudici della Corte Suprema a deliberare? E non è assurdo che una legge non preveda l’eccezione in un caso come questo?
Nel Paese dell’America Centrale, a maggioranza cattolica e con una forte minoranza evangelica, il caso sta facendo scalpore. La legge prevede fino ad otto anni di reclusione per chiunque chieda o pratichi l’aborto. Beatriz, che è molto povera e vive in una zona rurale, ha giù un figlio di un anno e mezzo che ora rischia di perdere la mamma. La giovane si è ammalata prima dell’inizio della nuova gravidanza ed è al quarto mese inoltrato. Amnesty International ed altre organizzazioni internazionali stanno mobilitando l’opinione pubblica e si appellano anche alla comunità internazionale.

“Speriamo che la Corte Suprema tratti questo caso con l’urgenza che merita, visto che la vita e la salute di Beatriz sono a rischio” ha aggiunto Esther Major. Ormai non c’è più tempo. E i giudici lo devono capire.

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Incinta dopo lo stupro? Sempre volere di Dio

Posted by on 24/10/2012 in Stampa | 0 comments

Se una donna rimane incinta dopo uno stupro, «è qualcosa che Dio ha voluto». Questa frase choc pronunciata dal candidato repubblicano dell’Indiana al Senato Richard Mourdock, uomo del Tea Party, ha scosso il dibattito elettorale americano. Tanto che Mitt Romney ha subito preso le distanze: quanto espresso da Mourdock «non riflette» le sue idee, ha presto comunicato il portavoce del candidato repubblicano alla Casa Bianca. Ma queste parole sull’interruzione di gravidanza sono arrivate il giorno dopo il lancio di un nuovo spot elettorale che vede Romney sostenere il repubblicano dell’Indiana.

LE POLEMICHE – E dire che negli ultimi giorni di campagna elettorale Romney ha ammorbidito le sue posizioni in tema di aborto. Puntando a non inimicarsi l’elettorato femminile, ha precisato che non intende sostenere una legge per limitare l’interruzione di gravidanza. «Non c’e’ un progetto legislativo sull’aborto nella mia agenda», ha detto, smorzando i toni che aveva già assunto dalle primarie, quando aveva parlato di possibili limiti. E mentre dal dibattito di Denver ha cominciato a riguadagnare posizioni anche nei sondaggi sul voto femminile, nella sfida tv successiva è inciampato nella gaffe dei «faldoni pieni di donne». I suoi avversari, comunque, l’hanno accusato di trasformismo («Se dici che vuoi tutelare il diritto di scelta delle donne sul tema dell’aborto, ma poi durante un dibattito ti alzi in piedi e dici che saresti felice di firmare una legge che bandisce questo diritto, allora soffri sicuramente di Romnesia», ha detto Obama). Il partito repubblicano, inoltre, era già finito al centro di una bufera due mesi fa, quando un parlamentare vicino a Paul Ryan, Todd Akin, convinto anti-abortista, si è detto contro l’interruzione di gravidanza anche in caso di violenza sessuale: «In caso di uno stupro legittimo, il corpo femminile può fare in modo di chiudere tutto…». Akin, candidato in Senato in Missouri, ha chiesto scusa ma non si è ritirato dalla corsa.

IL CASO – E ora l’ultimo episodio, nella notte di martedì, rischia di riportare in primo piano un tema delicato. Al senatore era stato chiesto se fosse favorevole all’aborto dopo lo stupro o l’incesto. «Ho capito che la vita è un dono di dio – è stata la risposta -. E penso che anche quando comincia nell’orribile situazione dello stupro, è comunque qualcosa che Dio ha voluto accadesse». Parole che rischiano di riaccendere un caso difficile da gestire per Romney, che dovrà mediare tra la posizioni più radicali degli ultraconservatori e quelle degli indecisi, fondamentali a meno di due settimane dal 6 novembre.

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Aborti terapeutici, le donne costrette ad andare all’estero

Posted by on 21/10/2012 in Stampa | 0 comments

Al reparto di ginecologia dell’ospedale L’Archet di Nizza sono categorici: «Non accettiamo più pazienti italiane. Ormai erano quasi la metà delle donne che chiedevano un aborto terapeutico. Oggi consigliamo di andare a Marsiglia o a Saint Etienne».

Fino a poco tempo fa, nei forum online, L’Archet era una delle mete consigliate alle donne incinte che ricevevano la notizia di portare in grembo un bimbo gravemente malformato. Ma anche a coloro che avevano deciso di interrompere una gravidanza prima del novantesimo giorno, e che volevano evitare di incappare negli obiettori di coscienza.

Il ginecologo Ricardo Silva lavora allo Spital Oberengadin, nel Cantone dei Grigioni, vicino al confine italiano: «Il 40% delle mie pazienti è italiano. Ho il dovere di aiutarle, ma spesso ho la sensazione che i vostri medici spingano queste donne a venire qui per lavarsene le mani».

Nel caso un feto sia malato, in Svizzera è possibile interrompere la gravidanza entro la ventesima settimana ovvero due settimane prima che in Italia. «Penso che preferiscano andare all’estero perché ottengono informazioni precise e non vengono colpevolizzate», continua Silva, convinto che la diagnosi prenatale in Italia spesso venga «svolta tardivamente da ginecologi antiabortisti per non lasciare alle pazienti la possibilità di ricorrere all’interruzione».

In Gran Bretagna la situazione non è migliore: le italiane sono seconde soltanto alle irlandesi (ma in Irlanda l’aborto è ancora penalmente perseguibile) nella classifica delle donne non britanniche che spendono fino a 780 sterline, come nella clinica Leigham di Londra, anche soltanto per ottenere una anestesia generale e non dover rimanere sveglie, spesso senza l’ausilio di antidolorifici, come invece accade spesso nelle nostre strutture sanitarie.

«Esistono metodi avanzati per interrompere una gravidanza, come la pillola abortiva Ru486, eppure molti miei colleghi non li utilizzano», denuncia Mirella Parachini, ex ginecologa del San Filippo Neri e vicepresidente del Fiapac.

Dalla relazione sulla legge 194, inviata oggi alle Camere dal ministero della Salute emerge che oltre otto ginecologi su dieci in alcune regioni del Sud sono obiettori di coscienza, e non praticano aborti. Si evince anche che nel 2010 a livello nazionale c’è stata una stabilizzazione generale dell’obiezione di coscienza tra i ginecologi e gli anestesisti, dopo un notevole aumento negli ultimi anni. Dal 70, 7 per cento dei ginecologi ospedalieri obiettori nel 2009, si è leggermente scesi al 69,3. Ma sono sempre cifre altissime.

“I dati reali sono ben peggiori» dice Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Sandro Pertini di Roma e presidente della Laiga, associazione di medici che vigila sull’applicazione della 194.

«Nel Lazio per esempio siamo riusciti a ricostruire che l’obiezione dei ginecologi arriva al 91,3% e non è l’80,2% come indicato sulle carte ufficiali». Nella regione soltanto in dieci strutture su 31 è possibile interrompere la gravidanza, e il numero scende a quattro quando la richiesta è un aborto terapeutico. E questo nonostante la legge obblighi tutte le strutture a garantire il diritto ad abortire. L’associazione Luca Coscioni, per esempio, sta preparando un esposto contro la Regione Lazio e le aziende sanitarie fuorilegge per interruzione di pubblico servizio.

«Le università non formano nuovi ginecologi all’interruzione della gravidanza, noi stiamo andando in pensione. Credo che entro tre o quattro anni l’aborto, specialmente terapeutico, non sarà più possibile in Italia», conclude Agatone. Eppure secondo il ministero, nel documento che introduce all’ultima relazione sulla 194, «il livello dell’obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza sul ricorso all’Ivg».

I racconti di molte donne che hanno interrotto una gravidanza dopo il novantesimo giorno sono agghiaccianti. Laura Fiore ha scritto un libro, “Abortire tra gli obiettori” (Tempesta ed.), sulla sua drammatica esperienza al Policlinico Secondo di Napoli.

È l’unica a parlare con nome e cognome. Nessuna trova il coraggio di denunciare le ore passate in sala parto ad attendere che finalmente arrivi il turno dei medici non obiettori per continuare la terapia finalizzata all’interruzione. Cecilia, nome di fantasia di una quarantenne romana, nell’estate del 2010 ha dovuto espellere il feto da sola, mentre la vicina di letto si improvvisava ostetrica, perché persino le infermiere erano obiettrici. Il suo è soltanto un caso tra i tanti.

«Ormai l’obiezione viene invocata anche per atti che non riguardano direttamente l’interruzione di gravidanza», denuncia Parachini. «La legge indica chiaramente che queste pazienti vanno assistite anche dagli obiettori prima e dopo l’intervento, e specialmente in situazioni di emergenza. Purtroppo ormai l’obiezione sconfina anche in atti sanitari che non c’entrano direttamente con l’aborto e molti vìolano la deontologia medica fino ad arrivare all’omissione di soccorso».

La scorsa primavera l’Aied e l’associazione Luca Coscioni hanno scritto una lettera indirizzata ai governatori e agli assessori regionali alla Sanità pregando di bandire concorsi esclusivamente riservati a ginecologi non obiettori. Sentenze passate lo consentirebbero. Finora, però, nessuno ha risposto.

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“Scegliere di abortire è un diritto. Conosco il dolore di non poter decidere”

Posted by on 05/07/2012 in Stampa | 0 comments

Il 20 giugno Rosa ha chiuso la lavanderia un’ora prima. Nel suo negozio alle porte di Belluno, non ha né computer, né tv, e non ce l’ha fatta ad aspettare: voleva tornare a casa per sapere come era andata a finire «quella faccenda sulla legge 194», come la chiama lei. Ha tirato un sospiro di sollievo quando accendendo la televisione ha sentito queste parole: «La consulta salva la legge sull’aborto». Infatti, la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194, sollevata dal giudice tutelare del tribunale di Spoleto. «Ho urlato di felicità. Scegliere di abortire è un diritto, non possono rimettere in discussione questa legge. So poche cose, io non ho studiato, ma conosco il dolore di non poter decidere della mia vita», racconta.

Rosa (nome di fantasia, ndr), 42 anni fa, è stata costretta a partorire il figlio di chi l’aveva violentata. Aveva 18 anni quando i genitori l’hanno portata in una «casetta gestita dalle suore» sulle colline venete per nascondere al paese la sua pancia che cresceva. Il 20 marzo del 1960 ha messo al mondo un bambino che ha tenuto tra le braccia per qualche minuto e di cui non ha mai saputo il nome. A quei tempi, l’interruzione di gravidanza era un reato penale, e la sua famiglia non aveva i soldi per permettersi uno di quei medici che lo faceva clandestinamente, i cosiddetti«cucchiai d’oro». «Non avevo scelta: dovevo partorire e dare mio figlio a un’altra donna. Mi sentivo in “gabbia”. Tutti hanno fatto quello che volevano del mio corpo: chi mi aveva violentata, la mia famiglia, lo Stato. Tutti, tranne me», dice Rosa, annuendo.

Rosa è stata stuprata da un vicino di casa. «Una sera, mentre rientravo da un giretto con un’amica, quell’uomo, 20 anni più vecchio di me, mi ha costretta a entrare nel suo giardino, e davanti alla porta d’ingresso della villetta bianca, a 200 metri da quella dei miei genitori, mi ha violentata». Sconvolta per quello che le era successo, per la vergogna e per la paura che non le avrebbero creduto, Rosa non lo ha raccontato a nessuno. «Poi, però, ho capito che c’era qualcosa che non andava perché non avevo più le mestruazioni», racconta, così l’ha detto a sua madre che l’ha portata dal parroco del paese per avere l’indirizzo della «casa delle suore» dove poter partorire «in segreto». «Ho pianto giorni interi, senza mai fermarmi. Se a quei tempi l’aborto fosse stato legale, l’avrei preso in considerazione. Sì, credo che avrei abortito», dice, fissando la finestra.

Poi, però, la vita è andata avanti, 5 anni dopo da quel 20 marzo 1960, Rosa si è sposata, anche se «non passa giorno senza che il mio pensiero torni a quel periodo, a quell’esperienza terribile», racc0nta trattenendo le lacrime.

Nel 1978, quando anche l’Italia ha approvato la legge sull’interruzione di gravidanza, Rosa ha avuto la sua terza bambina, Laura, secondo lei è stato un segno del destino: «Ho pensato che fosse il regalo più bello che potessero farmi: dare la libertà alle mie figlie di decidere del proprio corpo, della propria vita».

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“Legge 194 è costituzionale”

Posted by on 04/07/2012 in Stampa | 0 comments

La Corte costituzionale ha oggi dichiarato manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge n. 194 sull’aborto, sollevata dal Giudice Tutelare del Tribunale di Spoleto. Una nuova conferma per la norma che dal 1978 consente e disciplina in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza.

La 194 era arrivata di fronte alla Corte 1 in seguito alla richiesta di una ragazza minorenne di Spoleto di ricorrere all’aborto senza informare i suoi genitori. Il giudice aveva ritenuto che la norma violasse, in particolare, gli articoli 2 e 32 della Costituzione, rispettivamente sui diritti inviolabili dell’uomo e sulla tutela alla salute, e citava a sostegno della sua tesi una sentenza della Corte di Giustizia Ue sul tema dell’embrione umano.

La sentenza non è stata preceduta da udienza pubblica: i giudici si sono direttamente riuniti in Camera di Consiglio per discutere, anche perché nessuna parte si era costituita e in questo caso il regolamento della Corte prevede che si possa andare subito a pronunciamento. A difesa della legge in vigore è intervenuto l’avvocato dello Stato, Maria Gabriella Mancia.

Ora bisognerà attendere le motivazioni della sentenza scritte dal giudice Mario Rosario Morelli (lo stesso che nel novembre 2008 disse sì all’interruzione dell’alimentazione per Eluana Englaro). Intanto la sentenza viene già accolta

con sollievo da quanti e quante – soprattutto sul web – si erano mobilitati per scongiurare uno snaturamento della legge. La settimana scorsa, infatti, un gruppo di blogger e associazioni femministe aveva lanciato una battaglia a sostegno della norma 2, sotto l’hashtag #Save194. Le stesse che oggi hanno manifestato con striscioni e volantini fuori dal palazzo della Consulta, in attesa della decisione.

Soddisfatti anche Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci, Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, e Livia Turco, del Gruppo Pd alla Camera: “Si dimostra ancora una volta – ha dichiarato la deputata – che l’impianto della legge 194 è inattaccabile perché basata su un giusto equilibrio fra la scelta e la salute della donna e la tutela della vita”. A cui si aggiungono anche il governatore della Puglia Nichi Vendola e la deputata democratica Anna Paola Concia.

La sentenza, però, ha trovato anche pareri contrari. Alfredo Mantovano, coordinatore politico dei circoli ‘Nuova Italia’, ha accusato la Corte di prendere decisioni pilatesche sui temi dettati dell’Ue. “Quella di oggi – ha detto – è stata una occasione persa per la Consulta; per chi ritiene che la vita sia il fondamento del vivere civile è uno sprone in più per proseguire una fondamentale battaglia culturale e di aiuto sociale”.

Si fa sempre più difficile quindi il percorso delle sei proposte di legge per un intervento sulla 194, depositate da Luca Volontè, Giampiero D’Alia e Rocco Buttiglione dell’Udc, e da Emerenzio Barbieri e Renato Farina del Pdl. Le modifiche prevederebbero un contributo mensile per le donne che rinunciano ad abortire, una commisione parlamentare sul funzionamento dei consultori, il reato di procurato aborto, la ventesima settimana come limite per proter interrompere la gravidanza e il divieto di ricorrervi nel caso in cui il feto presenti delle patologie curabili. Contro corrente invece la proposta della radicale Farina Coscioni, che chiede invece più libertà per la donna di gestire la gravidanza, dai 14 anni in su, e contraccezione totalmente accessibile per le minorenni.

 

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Turchia, in piazza per difendere il diritto all’aborto

Posted by on 04/07/2012 in Stampa | 0 comments

Le donne turche sono scese in piazza per difendere il diritto di scelta dopo le dichiarazioni del premier Erdogan e di esponenti del suo governo che hanno annunciato una legge che vieterà completamente l’aborto. Dopo aspre polemiche su un raid che ha visto la morte di 34 civili kurdi, scambiati per terroristi, il premier ha dichiarato che ogni aborto è un crimine peggiore dell’”errore” dell’aviazione turca. Sono seguite dichiarazioni di ministri che hanno equiparato l’interruzione di gravidanza a un “crimine contro l’umanità”, hanno annunciato una nuova legge che vieterà praticamente la possibilità di abortire, anche in caso di stupri o malformazioni gravi, e che lo Stato si prenderà cura di bambini nati da violenze sessuali. Proteste e manifestazioni in tutta la Turchia (nella foto la manifestazione di ieri ad Ankara) mentre all’interno del governo si manifestano i primi dissensi, anche in seguito a ferme posizoni del Consiglio d’Europa, delle Nazioni Unite e di associazioni per i Diritti Umani come Amnesty International e Human Rights Watch.

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