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Festa e feti

Posted by on 14/05/2013 in Stampa | 0 comments

La manifestazione “per la vita” di ieri a Roma si è trasformata nel prevedibile carnevale dell’idiozia (non a caso, era presente anche il nostro Sindaco, che non manca mai quando c’è da baciare l’anello a qualche porporato). Qualche migliaio di persone che in qualche modo hanno ritenuto giusto marciare per tutelare gli embrioni calpestando e sputando sulla vita (vera) di donne e uomini. E, sapete com’è, dato che i cristiani sono tanto disgustosamente buoni, decidono di animare questo baraccone nel giorno della stucchevole ricorrenza della festa della mamma. Da bravi estremisti, i cristiani duri e puri hanno fatto in modo di organizzare il loro carnevale nero giustapponendolo ad altre ricorrenze di carattere più chiaramente politico: l’assassinio di Giorgiana Masi (1977), militante radicale ammazzata a pistolettate durante una manifestazione (ma naturalmente la verità non si saprà mai), l’anniversario del referendum sul divorzio (1974).
Insomma, con noi o contro di noi. Da che parte state? Con gli agitatori politici (le Masi), gli assassini di innocenti (Alemanno ha equiparato l’aborto alla pena di morte), con i traditori della mamma (i radicali), ed in generale con i rompicoglioni (sempre i radicali) – o invece volete stringervi alla tonaca lisa e puzzolente della autodefinitasi “santa” chiesa cattolica? Quale miglior presentazione dell’evento di un claim tutto giocato sul nonsense: “generare la vita vince la crisi”. E pensare quanto sono stato ingenuo finora, con la mia fissa che fosse vero l’esatto contrario… Vabbé ma anche voi, che vi aspettate da chi (finge di) crede(re) che una vergine dia alla luce il figlio di Dio, riuscendo per giunta a rimanere vergine nell’impresa? Suvvia.
A sera, ho scorso un po’ di foto su internet. Ho visto anche uno scatto dolce, una giovanissima suora orientale o india che sorrideva sotto un grande poster di un bimbino delizioso in bianco e nero. Beata innocenza, ho pensato: sono certo che quella ragazza sia buona, dolce e votata al servizio di bisognosi e non (mi dicono che una suora praticamente fa la schiava dei preti – che per inciso solo per la chiesa cattolica devono tassativamente essere dotati di testicoli). Sospetto però che il suo tenero cervello sia purtroppo irremediabilmente tarato dalle idiozie che le hanno inculcato.
Un’immagine tra tutte mi è risultata disturbante (e io sono di bocca buona): quella di una croce di legno piatto e levigato, costellata – sull’asse, sulle braccia- di piccoli disgustosi feti di plastica rosa. Non ho potuto fare a meno di pensare alla copertina del singolo di Marilyn Manson, “Disposable Teens”, dove appunto appare un’immagine non molto diversa (solo che lì di feto ce ne è uno solo, e pare pure piuttosto incazzato). Solo che quando, nel novembre del 2000 fu il Reverendo a prendere a calci nel sedere il mondo con quell’artwork provocatorio ed eloquente, tutti a dargli addosso: anticristo, satanista, pervertito, nemico dei valori tradizionali. Ieri però una banda di sfigati da parrocchia ha potuto girare in pieno centro con una porcheria copiaticcia, orribile oltre che per niente glam. Si vede proprio che i cattolici sono abituati al doppio standard.

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GIUSTA? NO, TERRIFICANTE

Posted by on 14/05/2013 in Stampa | 0 comments

Allora, gente, la questione è questa: ritengo che la Marcia per la Vita sia una manifestazione fondamentalista; legittima, naturalmente, ma fondamentalista. Non può essere definito altrimenti un contesto nel quale l’aborto viene equiparato all’omicidio, e quindi -più o meno implicitamente- alle donne che abortiscono viene attribuita la qualifica di assassine.
Ebbene, da candidato nella Lista Civica per Marino al 2° Municipio di Roma, sono rimasto molto meravigliato quando il mio candidato Sindaco, ieri, l’ha definita “giusta”: è un aggettivo che non condivido neppure in minima parte, dal quale mi dissocio senza riserve.
Riccardo Magi, il candidato radicale al Consiglio Comunale, si è già espresso in modo molto chiaro sulla vicenda: ma credo valga la pena che la mia voce si aggiunga alla sua.
Io, come ho già avuto modo di dire più di una volta, trovo la Marcia per la Vita una manifestazione terrificante: e oggi lo ribadisco con la massima chiarezza, certo di parlare anche a nome degli altri candidati radicali nei municipi, promettendo che se sarò eletto farò di tutto, nei limiti di quanto mi sarà possibile, per costituire un presidio vivente contro tutti gli integralismi e contro gli attacchi alla libertà di scelta delle donne sul proprio corpo.
Perché, da radicale, so bene una cosa: la legalizzazione dell’aborto è stato lo strumento attraverso il quale siamo riusciti a sconfiggere la piaga dell’aborto clandestino. E a far calare drasticamente, checché ne dicano, il numero degli aborti. Chi si batte per abrogare quella legge non vuole che gli aborti cessino: vuole semplicemente renderli criminali; consegnare le donne all’illegalità; lasciarle davvero sole, per poi colpevolizzarle e trattarle da assassine.
Non è antiabortista, chi vuole abrogare la legge 194. Manco per niente. A prescindere da quello che blatera.
Ed è bene che una buona volta lo si dica con chiarezza.
Tutto qua.

Update: Francesca Battistelli, anche lei candidata nella Lista Civica Marino al 2° municipio, si associa al contenuto di questo post. Non è la prima volta che ci troviamo d’accordo: se avete in mente di votare me, ricordate che potete votare anche lei.

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Padova, abusi nel seminario minore. Il rettore finisce a processo.

Posted by on 14/05/2013 in Stampa | 0 comments

PADOVA – Tredici anni e i primi dubbi sul futuro: nel suo caso, su una chiamata di Dio a seguirlo. Così dalla provincia di Venezia quel ragazzino aveva preso la valigia e raggiunto Rubano, a pochi chilometri da Padova, perché lì – lungo la strada che collega la città del Santo con Vicenza – ha sede il seminario minore vescovile, dove i ragazzi possono frequentare la scuola media e capire un po’ di più della loro vocazione. Ma quel luogo di preghiera e formazione in cui il tredicenne, figlio di un avvocato e politico del Veneziano, cercava una risposta, si è rivelato la peggiore prigione possibile e lui, giovane seminarista, si è ritrovato vittima di chi doveva crescerlo e fargli capire la sua strada. Perché ad essere accusato di violenza sessuale e atti sessuali con minorenne è un nome noto della chiesa padovana: don Gino Temporin, 66 anni, monsignore, insegnante di filosofia morale al seminario maggiore, storico rettore del seminario minore di Rubano (incarico che ha lasciato per raggiunti limiti d’età in ottobre) e ora a processo (le udienze si stanno svolgendo a porte chiuse) con le accuse più infamanti per un uomo di Dio.

In udienza ha deposto la vittima, che ai giudici ha ricostruito la vicenda secondo la sua denuncia, la stessa utilizzata dalla procura patavina per costruire il capo d’imputazione con cui il sacerdote è stato rinviato a giudizio. I fatti, venuti a galla quando la vittima era ricoverata in un istituto in provincia di Como (come avrebbe ammesso mattina lo stesso ragazzo) risalgono al 2004, anche se la denuncia è arrivata al quarto piano del palazzo di Giustizia di Padova solo cinque anni più tardi. Il giovane, diventato nel frattempo maggiorenne, si era confidato con un’assistente e con i medici del reparto dov’era ricoverato, dopo avere lasciato il seminario alla conclusione della V ginnasio – il secondo anno del liceo classico – e avere trascorso alcuni anni in un centro dei Colli Euganei. Ai medici che lo aiutavano a superare il difficile momento, il giovane aveva raccontato che quando aveva 13 anni monsignor Temporin, rettore del seminario minore di Padova, aveva abusato di lui con carezze nelle parti intime, obbligandolo in un caso a subire anche un rapporto sessuale completo. Scrive nel capo d’imputazione il pubblico ministero Maria Ignazia D’Arpa, titolare del fascicolo d’indagine, che don Temporin «agendo con abuso di autorità spirituale e con minaccia» avrebbe fatto giurare il silenzio al tredicenne «su quanto stava per accadere » con una promessa solenne «su una Madonnina in legno », avvertendolo sulle conseguenze a cui andava incontro se avesse raccontato le violenze subite.

Oltretutto, si legge ancora nel capo d’accusa, il rettore del seminario avrebbe approfittato della labile condizione psichica dello studente, facendo leva sulla grande differenza d’età, sulla soggezione psicologica e sul fatto che il ragazzino «versava in condizioni psichiche debilitate, anche in ragione delle pratiche sessuali in cui era stato coinvolto da altri seminaristi, alle quali non era avvezzo». Queste pratiche, durante la sua deposizione in aula, sono tornate alla luce, aprendo uno squarcio anche su quanto accadeva tra i giovani seminaristi all’interno delle camere da letto della struttura di Rubano, nonostante – è bene chiarirlo – non ci sia su questo fronte alcun risvolto penale. Le violenze che avrebbe messo in atto monsignor Temporin, sono aggravate nell’imputazione dal fatto di avere abusato di un minore di 14 anni che gli era stato affidato per ragioni d’istruzione e formazione, e di «aver agito con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto». Sarà quindi compito del tribunale collegiale di Padova, presieduto dal giudice Claudio Marassi, accertare come sono andati i fatti e cercare la verità. Intanto però l’avvocato Paolo Marson, legale del sacerdote, spiega che «don Gino Temporin prova un grande dolore per le difficoltà del ragazzo». Non c’è nessuna rabbia nel sacerdote, conferma ancora il penalista, «perché il mio assistito si sente estraneo alla vicenda. L’unica cosa che prova è un grande dolore per il ragazzo, per la sua storia e per i problemi che ha e che deve affrontare ogni giorno».

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Bergoglio, sempre in prima linea contro i diritti gay

Posted by on 14/05/2013 in Stampa | 0 comments

Era una delle tante piste del pre conclave che si era poi persa nella voragine informativa. Il maggior numero di fedeli della chiesa cattolica si concentra attualmente in America Latina. Oggi, così come nel 2005, tutti i latinoamericani erano considerati papabili. «Il conclave doveva dare un vescovo a Roma, e i cardinali sono andati a prenderlo alla fine del mondo», ha detto lo stesso Francesco I, affacciandosi alla finestra di San Pietro. I giornali argentini hanno celebrato la notizia ricordando che si tratta del «primo papa argentino, il primo a chiamarsi Francesco e il primo ad essere gesuita». Gli analisti dicono che è una scelta “logica”, ma nel suo Paese la decisione desta critiche, in particolare per il ruolo della Chiesa di Bergoglio durante la dittatura militare.

L’Argentina aveva scommesso sui cardinali Jorge Mario Bergoglio e Leonardo Sandri senza troppa convinzione. Gli esperti però non avevano mai scartato definitivamente l’ipotesi. Elisabetta Piqué, corrispondente a Roma del quotidiano argentino La Nación, una vita in Vaticano, ha ricostruito nella sua vastissima copertura del conclave la vicenda di colui che era il “papabile” della scorsa edizione. “Nel conclave del 2005 fu il secondo più votato, dopo Joseph Ratzinger. Secondo ricostruzioni di questa votazione, nel terzo e penultimo voto il candidato argentino – rappresentante di un’ala più progressista opposta a quella ultraconservatrice di Ratzinger – raccolse 40 voti. Bergoglio si fece da parte preoccupato del fatto che la sua candidatura bloccasse il conclave a lungo”.

Bergoglio è un “tano”, sarebbe a dire un argentino figlio di immigrati italiani a Buenos Aires. È considerato anche nel suo paese un moderato e un buon politico, capace cioè di mediare con la curia romana. È stato due volte consecutive presidente della conferenza episcopale, e da questo ruolo è stato protagonista di duri contrasti con il governo d’ispirazione peronista di Nestor Kirchener.

«Bergoglio è un personaggio controverso in Argentina», spiega a Linkiesta Gabriel Pasquini, giornalista ed editore della rivista di inchiesta on-line elpuercoespín.com, “prima di tutto per la sua opposizione attiva contro i governi di Nestor e Cristina Kirchner. In secondo luogo per la sua opposizione alla legge del matrimonio gay che fu proposta dal Kirchnerismo e approvata nel Congresso. Dopo questa sconfitta abbandonò la presidenza della conferenza episcopale in Argentina, e proprio per questa ragione non sembrava possibile che venisse eletto Papa”. Gli scontri continui tra il Papa e il Governo sono oggetto anche dei primi commenti dei quotidiani argentini, Clarín, il maggiore, assicura che “Cristina Fernandez Kirchner twittava le sue opere pubbliche nella località di Neuquén mentre si annunciava il nome del Papa”. Più tardi la presidenta ha scritto una lettera al nuovo pontefice: «È nostro desiderio che tenga, nell’assumere la guida della Chiesa, un fruttuoso compito pastorale orientato alla giustizia, all’uguaglianza, alla fratellanza e alla pace dell’umanità».

Si aggiunge infine una critica non da poco: «La complicità con il terrorismo di Stato durante la dittatura militare in Argentina tra il 1976 e il 1983, si tratta di un’accusa che Bergoglio ha rifiutato pubblicamente», conclude Pasquini. Questa accusa si basa in particolare in un documento, il referto di una riunione che ebbe luogo nella sede della conferenza episcopale il 15 novembre 1976 nella calle Suipacha a Buenos Aires, con oggetto esplicito di “Chiarire la posizione della Chiesa” , rispetto alla dittatura militare. La conferenza episcopale scrive: “in nessun modo vogliamo presentarci in una posizione critica rispetto al governo. È un atteggiamento che non ci si addice”. Il documento si può vedere qui ed è stato condiviso migliaia di volte nelle ultime ore dagli argentini sui social network.

Le accuse contro Bergoglio sono note da tempo, ma non sono mai state considerate come un impedimento alla sua possibile elezione. Il quotidiano La Nación ricorda che la decisione marca una rottura con il pontificato di Benedetto XVI, “Bergoglio da rivale a successore di Ratzinger”. Si insiste da questa testata, sulla scelta del nome, con un chiaro messaggio di umiltà in ricordo di San Francesco d’Assisi. Il suo stile di vita spartano e l’abitudine ad usare i caotici mezzi pubblici della capitale argentina tra le altre cose, lo rendono per la maggior parte dei suoi connazionali un rappresentante ideale per una chiesa più vicina alla gente.

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Stop al rossetto per le hostess della Turkish Airlines

Posted by on 14/05/2013 in Stampa | 0 comments

La notizia circolava già da qualche giorno sui principali quotidiani turchi Hürriyet e Zaman. Ora, però, è arrivata la conferma ufficiale. La Turkish Airlines ha vietato alle sue hostess rossetto e smalto rossi o di qualsiasi altro colore appariscente. Stando al comunicato ufficiale della compagnia aerea di bandiera turca, il divieto si è reso necessario perché un rossetto troppo vivace «non si abbinerebbe ai colori della divisa delle assistenti di volo» e inoltre un «look più naturale» facilita la comunicazione tra clienti e hostess.

Per Gürsel Tekin, vicepresidente del Partito Popolare Repubblicano (laicista, di centro-sinistra e all’opposizione), la decisione dimostra una vera e propria «perversione» da parte delle autorità turche.
In effetti, negli ultimi mesi la Turkish Airlines (di cui Ankara detiene il 49%) ha adottato diversi provvedimenti controversi, come il divieto di consumo di alcolici su numerosi voli. Successivamente, erano filtrati su Twitter i nuovi modelli delle divise delle hostess, ben diversi dalle celebri gonnelline della Turkish negli anni 60-70: il nuovo corso (che tuttavia non è ancora entrato in vigore) prevede lunghi gonnelloni e gambe nascoste da occhi lussuriosi, per non parlare del “fez”, il copricapo osteggiato – insieme al velo islamico – da Mustafa Kemal Atatürk, capostipite della Turchia laica e post-ottomana.

Alla notizia del divieto di rossetto, in molte hanno protestato sui social network, postando foto con ampie e scintillanti passate di rossetto sulle labbra. Del resto, l’ultimo provvedimento della Turkish Airlines rappresenta innanzitutto uno schiaffo alle donne turche, che negli ultimi tempi sono state più d’una volta sulle barricate di fronte alle spinte islamiste dell’esecutivo guidato dal premier Recep Tayyip Erdoğan. Da mesi, infatti, il governo in carica vuole cambiare la legge sull’aborto, in senso restrittivo (ma sinora non c’è riuscito), sia per motivi religiosi ma anche per aumentare la natalità, chiodo fisso del premier.

Secondo un rapporto del 2010 della Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw), le politiche di Erdoğan minacciano da tempo i diritti della popolazione femminile. Anche la Turchia, tra l’altro, è afflitta dalla tragica piaga dei femminicidi: si stima che oltre 250 donne turche vengono uccise ogni anno dai loro (ex) partner (per fare un triste confronto, in Italia le vittime sono state 100 nel 2012). E dal 2002 i crimini sessuali contro le donne in Turchia sono cresciuti del 400%.

Per molti, però, lo stop al rossetto sui voli Turkish dimostra soprattutto, e ancora una volta, l’islamizzazione sempre più veemente della Turchia di Erdoğan, devoto musulmano sunnita. Con lui la vendita di alcol, oltre che sui voli della Turkish, è stata limitata in tutto il Paese, anche da altissime tasse sul suo consumo. E solo qualche giorno fa lo stesso Erdoğan ha detto che l’alcol provoca solo danni alla società (anche se, secondo uno studio dell’università Bahcesehir di Istanbul, solo il 6% delle famiglie turche ne fa uso) e ha tuonato pubblicamente contro la birra, dicendo che la vera «bevanda nazionale» turca è il candido e analcolico ayran, a base di yogurt.

La questione dell’alcol, tuttavia, pare essere soltanto la punta di un inquietante iceberg, oramai sempre più lontano dall’Unione europea (l’ingresso della Turchia nell’Ue è del resto congelato da tempo) e sempre più attratto dall’Oriente e da più rigidi dettami islamici. Erdoğan, che sente di avere le mani libere anche per i buoni risultati dell’economia turca, ha già eliminato il divieto kemalista del velo islamico nelle università e promosso visceralmente il suo uso, anche grazie alla figura sempre velata di sua moglie. Secondo Bloomberg Businessweek, la percentuale di donne turche che oggi indossano il velo è già salita al 60 per cento. Ma non solo.

Diverse scuole laiche sono state trasformate in religiose e l’anno scorso è stata approvata una riforma scolastica che consente alle famiglie di iscrivere i propri figli presso le scuole vocazionali islamiche sin dall’età di 10 anni. Nel frattempo, lo scontro con i militari, i guardiani della laicità dello Stato, si è pericolosamente infiammato. Inoltre, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), la Turchia è oggi uno dei Paesi più repressivi nei confronti dei giornalisti, che negli ultimi anni hanno subìto decine e decine di arresti.

Solo due settimane fa, persino il celebre pianista turco Fazil Say è stato condannato a 10 mesi (con la condizionale) per aver ritwittato un poema blasfemo e accusato su Twitter un muezzin. Una sentenza molto dura (poi annullata da una corte di Appello che ha chiesto un nuovo processo) e che ha echeggiato le condanne di paesi molto più radicali su questi temi, come la wahabita Arabia Saudita, dove vige la sharia. Tuttavia, la deriva verso uno scenario così radicale è totalmente da escludere in Turchia, almeno per il momento.

Secondo uno studio del Pew research center pubblicato lunedì scorso, sebbene la maggioranza dei musulmani nel mondo voglia l’applicazione della legge islamica nei loro paesi, in Turchia questa percentuale crolla al 12 per cento (mentre in Afghanistan, per esempio, il 99% dei musulmani vuole la sharia). Un approccio moderato, sottolinea il Pew, dovuto alle vecchie politiche laiciste di Atatürk. Quelle politiche che Erdogan, almeno in parte, sta rinnegando.

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Eutanasia, in un video la «storia di Piera»

Posted by on 14/05/2013 in Stampa, Video | 0 comments

Una raccolta firme e un video di grande forza. Questi gli elementi che annunciano l’avvio di una mobilitazione nazionale che da sabato 4 maggio vedrà i responsabili dell’associazione Luca Coscioni in mille piazze italiane raccogliere firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per legalizzare l’eutanasia in Italia.
Presentata a Roma, la campagna punta a certificare, con 50mila firme entro sei mesi, la morte assistita nel nostro Paese. «Diciamo “no” all’esilio dell’eutanasia – commenta Marco Cappato del partito radicale – per questo chiediamo una raccolta di firme, sarà un’iniziativa popolare come per aborto o divorzio». Informazioni sui banchetti dove firmare e adesioni anche sul sito www.eutanasialegale.it. Tra i firmatari ci sono già tanti volti noti, da Marco Pannella a Umberto Veronesi, Marco Bellocchio, Ricky Tognazzi, Alessandro Cecchi Paone, Antonella Elia, Furio Colombo, Vittorio Feltri, Silvio Garattini, Mario Morcellini.

IMMAGINI DURE – La campagna «Eutanasia legale» è supportata dai radicali, con un video choc che è stato proiettato venerdì nella sede del partito. Piera Franchini, malata terminale, ha raccontato la sua scelta di ricorrere all’eutanasia: «Io non voglio più soffrire, questa è una sofferenza fine a se stessa: solo io ho il diritto di decidere su me stessa». Marco Cappato che l’ha accompagnata nel suo ultimo viaggio ha ricordato: «Piera si è dovuta recare da un paese del Veneto fino in Svizzera, a Fork, vicino Zurigo, per poter vedere riconosciuta questa sua volontà, ci ha contattato in risposta allo spot “A. A. A. malati terminali cercasi”». Nel video Piera, dal volto ormai scavato dalla sofferenza e dalla malattia ha raccontato lucida: «Danno da bere una bibita, poi uno si addormenta e va. Sono morta il 13 aprile, quando il chirurgo mi ha detto per la prima volta che non c’era nulla da fare» ha continuato Piera, per la quale la fine è arrivata qualche mese dopo, lontana dalla sua casa.

LA DOLCE MORTE – Ma Piera non è stata l’unica a scegliere la «dolce morte»: ogni anno sono una trentina gli italiani che varcano il confine per non far ritorno. Una decisione che l’accomuna, solo per citare i casi più eclatanti, a Lucio Magri, fondatore del «manifesto» e storico leader della sinistra, e all’ex magistrato calabrese Pietro D’Amico, morto appena tre settimane fa. Ed è solo di giovedì la notizia che Daniela Cesarini, 66 anni, ex assessore ai servizi sociali del Comune di Jesi e candidata sindaco del Prc alle elezioni amministrative del 2012, ha scelto di porre fine alla sua vita il 25 aprile, data per lei simbolica, dopo una serie di disgrazie che avevano segnato la sua vita, l’ultima la perdita del figlio. La Cesarini ha salutato i parenti, dicendo che avrebbe fatto una vacanza per il ponte del 25 aprile, ed è partita per la Svizzera, paese in cui il suicidio assistito è consentito dal 1941. La notizia della morte, però, è trapelata solo giovedì e i familiari stessi avrebbero appreso il fatto il 30 aprile, attraverso una lettera inviata dalla clinica a un’amica della donna.

PER IL 62% DEI MALATI TERMINALI, FINE ASSISTITA – La Svizzera ha legalizzato il suicidio assistito e l’eutanasia attiva, con farmaci somministrati da un medico. Una strada praticabile anche in Olanda, Belgio e Lussemburgo, mentre Svezia e Germania ammettono solo l’eutanasia passiva, ossia il blocco delle cure. Secondo dati dell’Istituto Mario Negri, sono 80-90 mila i malati terminali che muoiono ogni anno, soprattutto di cancro: il 62% muore grazie all’aiuto dei medici con «eutanasia clandestina». A rendere noti i dati è Carlo Troilo, consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni, durante l’incontro alla sede dei Radicali italiani nel quale è stata presentata la campagna per la raccolta di firme. «Mille malati terminali si suicidano per la negata eutanasia e altri mille tentano il suicidio», ha sottolineato Troilo. «Questa è una campagna politica con la quale chiediamo che vengano riaffermati dei diritti che finora sono stati sottratti», ha concluso Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni.

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Usa, il primo coming out di un giocatore di basket

Posted by on 01/05/2013 in Stampa | 0 comments

NEW YORK – «Non puntavo a essere il primo atleta dichiaratamente gay in uno sport di punta. Ma visto che è così, sono felice di cominciare la conversazione». Il lungo articolo firmato sull’ultimo numero di Sports Illustrated dal 34enne veterano della National Basket Association Jason Collins è destinato a passare alla storia come il primo coming out ufficiale non solo nel mondo del basket Nba, ma anche in quello dello sport statunitense in generale. Ovvero l’ultimo bastione del machismo e dell’intolleranza anti-gay.

«SONO NERO, SONO GAY» -«Sono un centro Nba di 34 anni. Sono nero. E sono gay», esordisce l’atleta che, dopo aver giocato con i Boston Celtics e i Washington Wizards, si definisce adesso un «free agent», un battitore libero. «Il senso di lealtà nei confronti della mia squadra in passato mi ha impedito di dichiararmi», teorizza, «non volevo che la mia vita privata diventasse una distrazione. Il viaggio alla scoperta di me se stesso è cominciato a Los Angeles, dove sono nato», prosegue Collins che elenca i suoi innumerevoli titoli e trofei, forse per dimostrare come l’orientamento sessuale non abbia certamente interferito col suo straordinario talento.

IL PRIMO COMING OUT CON LA ZIA- Il campione racconta del suo primo coming out, avvenuto con la zia Teri, giudice della Corte superiore di San Francisco. «La sua reazione mi lasciò di stucco», racconta, «sapevo da anni che tu sei gay – mi rispose – e da quel momento mi sono sentito a mio agio dentro la mia pelle». Come moltissimi gay costretti a vivere nella menzogna, anche lui ha cercato per anni di negare un’identità che lo sport lo costringeva a tener nascosta. «Frequentavo le donne», scrive ancora, «e mi sono pure fidanzato perché pensavo di dover vivere in un certo modo ed ero convinto di dovermi sposare e far figli. Vivevo, insomma, una grande bugia». A dargli una mano a uscire allo scoperto è stato Joe Kennedy, nipote dell’ex ministro della Giustizia Robert Kennedy, suo compagno di stanza alla Stanford University e oggi congressman democratico del Massachusetts. «Quando nel 2012 mi disse di aver marciato alla Gay Pride Parade di Boston provai gelosia e invidia perché un amico eterosessuale poteva fare ciò che a me, gay, era precluso».

LA CASA BIANCA – Ad applaudire la sua coraggiosa decisione è stata anche la Casa Bianca. «È un altro esempio nell’evoluzione della sensibilità americana verso i diritti dei gay e dei matrimoni tra omosessuali», ha commentato il portavoce del presidente Obama, Jay Carney. Dello stesso avviso Bill Clinton, padre di un’altra sua compagna di corso a Standford, Chelsea, che in un comunicato ha definito il coming out «un momento importante nella storia dell’emancipazione dei gay e dello sport professionistico».

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Francia, l’ora di Laicità entra nella scuola pubblica

Posted by on 01/05/2013 in Stampa | 0 comments

A partire dal 2015 nelle scuole elementari e medie francesi sarà introdotta almeno un’ora alla settimana di “morale laica”, mentre alle superiori la disciplina prevede almeno 18 ore l’anno. Il ministro francese dell’Istruzione Vincent Peillon ha svelato il progetto destinato, secondo le sue parole, a far condividere i valori della Repubblica, ma che «non sarà assolutamente morale di Stato». Il ministro ha negato qualsiasi legame con il dibattito sulla moralizzazione della vita politica che è seguito alla questione dei conti svizzeri segreti dell’ex ministro del tesoro Jérôme Cahuzac: «Si tratta di un momento molto atteso; ma non esistono legami con l’attualità». Il futuro Consiglio nazionale per i programmi, organismo indipendente dal ministero, definirà la messa in opera dell’insegnamento della morale laica, che grazie al disegno di legge sulla riforma della scuola si chiamerà “educazione morale e civica”. Ci saranno orari dedicati al nuovo insegnamento, ma senza aumentare il numero delle ore settimanali, e la materia sarà valutata da un rapporto redatto da Alain Bergounioux, storico e ispettore generale dell’educazione, Laurence Loeffel, professoressa di filosofia dell’educazione presso l’Università Lille-3, e da Rémy Schwartz, consigliere di Stato.
Gli scolari delle primarie potranno essere esaminati sulla capacità di argomentare e sul vocabolario che impiegano, anche attraverso una co-valutazione con gli insegnanti. Gli autori del rapporto auspicano di «fare dell’insegnamento della morale laica un progetto collettivo e interdisciplinare».

Secondo Bergounioux «a scuola attualmente si studiano molte materie, ma concepite senza una prospettiva interdisciplinare. Gli insegnanti non sanno cosa fanno gli altri». Il ministro Peillon ha dichiarato che «ci sarà naturalmente una materia dedicata, ossia gli allievi non faranno che morale laica per un’ora», ma non sarà una disciplina oggetto di concorsi per il reclutamento dei docenti. Alla scuola primaria tale materia sarà svolta dagli insegnanti di ciascun istituto, nel quadro dell’autonomia pedagogica. Alla scuola secondaria l’insegnamento della morale laica passerà, come suggerito dal ministero, «attraverso un lavoro interdisciplinare». «Tutti i professori saranno formati sulla materia» per assicurarne l’insegnamento. «La morale laica è il contrario della morale di Stato: ogni cittadino deve costruire autonomamente il suo giudizio», ha sottolineato il ministro Peillon. E l’insegnamento della laicità significa anche «il rispetto di tutte le convinzioni e le fedi. Una società non può vivere solo nella paura della punizione, ma deve avere una morale: cioè quello che viene da dentro, quello che ogni cittadino porta dentro», ha spiegato il ministro. La morale laica permetterà altresì di evitare «una finta laicità e le derive dello spirito di laicità» che spesso conducono, sempre secondo Peillon, ad «aggressivi malintesi».

Articolo originale su Liberation, traduzione di Belinda Malaspina

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El Salvador, aborto vietato a ragazza che rischia di morire

Posted by on 01/05/2013 in Stampa | 0 comments

Andare avanti con la gravidanza per Beatriz (il nome è di fantasia) potrebbe significare la morte perché soffre di una grave alterazione del sistema immunitario. Ma in Salvador la legge vieta l’interruzione di gravidanza e i medici non la operano perché hanno paura di essere incriminati. Da un mese i dottori aspettano il via libera delle autorità e la ragazza ha fatto anche appello alla Corte Suprema, appoggiata nella sua battaglia da Amnesty International

“La situazione di Beatriz è disperata – ha detto Esther Major, ricercatrice dell’organizzazione per l’America Centrale – e non si può aspettare più a lungo. Le sue possibilità di sopravvivenza dipendono dalla decisione delle autorità. Ogni ritardo è crudele e disumano. Il governo ha il dovere di garantire a Beatriz l’accesso alle cure salvavita di cui ha bisogno. Fate presto”. (nella foto una manifestazione pro-aborto)

La ragazza, che ha 22 anni, soffre di Lupus Eritematoso Sistemico (Les) aggravato da un’insufficienza renale e la sua salute è peggiorata da quando è incinta. Il feto, tra l’altro, è privo di una gran parte del cervello e nascerebbe comunque morto. Perché, dunque, impedire l’aborto? Cosa aspettano i giudici della Corte Suprema a deliberare? E non è assurdo che una legge non preveda l’eccezione in un caso come questo?
Nel Paese dell’America Centrale, a maggioranza cattolica e con una forte minoranza evangelica, il caso sta facendo scalpore. La legge prevede fino ad otto anni di reclusione per chiunque chieda o pratichi l’aborto. Beatriz, che è molto povera e vive in una zona rurale, ha giù un figlio di un anno e mezzo che ora rischia di perdere la mamma. La giovane si è ammalata prima dell’inizio della nuova gravidanza ed è al quarto mese inoltrato. Amnesty International ed altre organizzazioni internazionali stanno mobilitando l’opinione pubblica e si appellano anche alla comunità internazionale.

“Speriamo che la Corte Suprema tratti questo caso con l’urgenza che merita, visto che la vita e la salute di Beatriz sono a rischio” ha aggiunto Esther Major. Ormai non c’è più tempo. E i giudici lo devono capire.

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